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Risponde Jo

Lucia Battistel | Email alle donne di carta   6 Ottobre 2018   6 min.
E-mail alle donne di carta - Lucia Battistel - racconti, storie, lettere, email

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Cara Jo,

Piccola premessa: come vedrai questa lettera è molto confusa. Scusami, ma mi è difficile mettere ordine ai pensieri.

Appena sette giorni fa camminavo per i chiostri dell’università con l’alloro in testa festeggiando la mia laurea in Economia, eppure mi sembra passata un’eternità. Le cose non stanno andando come avevo previsto: aspettavo da me stessa un grande entusiasmo e un incontenibile desiderio di mettermi in gioco con un vero lavoro, eppure niente. Mi sembra quasi di rimpiangere la sicurezza e l’insolita protezione offerta da esami da dare e lezioni da seguire. Mi sento come chi, dopo aver camminato per cinque anni sulla strada che qualcuno gli ha indicato, improvvisamente si trova a doverne imboccare un’altra senza cartelli che suggeriscano quale direzione sia giusto prendere. Vado di qua o vado di là? E se poi mi sbaglio, posso tornare indietro come se nulla fosse? E non è qualcosa che sento solo io: molti coetanei mi hanno confidato di trovarsi imbrigliati nella mia stessa situazione. Sarà un comune denominatore dei quasi venticinquenni, sentirsi un po’ persi? Non mi dispiacerebbe affatto se qualcuno mi prendesse per mano e mi facesse strada, dicendomi: “Vieni con me, so cosa è giusto fare”.

Per la prima volta in tutti questi anni sto mettendo in discussione la carriera di project manager sulla quale ho puntato gli occhi fin dai primi anni del liceo, sostenuta con entusiasmo dalla mia famiglia e invidiata dai miei compagni ancora incerti sulle proprie ambizioni. Forse un lavoro così a me starebbe stretto, forse non è ciò che fa davvero per me, forse la mia realizzazione non consiste nel valutare investimenti e far di conto.

Giusto per aggiungere carne al fuoco e confondere le già agitate acque, ho ricominciato a fare con una certa frequenza qualcosa che è una vita che tengo nascosto come il più scabroso dei segreti: scrivere. Non mi sorprende che io me ne vergogni, dal momento che in famiglia è sempre tirata un’aria di amareggiata insofferenza nei confronti dei letterati. Persino mia mamma, insegnante di greco con ventisette anni di carriera sulle spalle, è una convinta sostenitrice del detto: “Carmina non dant panem”. Ma io sento, ora come non mai, davvero impellente l’esigenza di dar voce ai personaggi che conosco e mi conoscono da una vita; sono loro stessi che spingono per venire alla luce, stanchi dell’essere costretti ad abitare le buie angustie della mia mente. Li ho tenuti nascosti per troppo tempo, rivolgendomi a tutt’altro e muovendomi in un mondo dove le lettere non trovano il loro spazio. Tutti però si aspettano che io finalmente colga il frutto del mio studio, di tanta impegnata dedizione, e diventi chi ho sempre detto, forse senza troppa convinzione, di voler essere. Come mai, anche ai miei stessi occhi, non mi riconosco più, e proprio ora che avrei effettivamente l’opportunità di farlo, esito a mettere in pratica quello che è il mio sogno di sempre? Come uscire da quest’impasse? Tu desideravi diventare una scrittrice di successo, ma poi per un motivo o per l’altro hai abbandonato questa strada: sono sicura che avrai qualche buon consiglio per me. Grazie per l’ascolto,

Anna

 

 

Cara Anna,

Risposta alla piccola premessa: nella tua lettera c’è molta meno confusione di quanto tu creda. A me sembra tutto così palese…

In ogni caso, penso che a metterti in difficoltà sia stata proprio quell’ostinata sicurezza che tutti ti hanno sempre invidiato. Il tuo problema sta nell’aver dato per scontato qualcosa che forse non ha mai pienamente rispecchiato i tuoi effettivi desideri. Così ti sei trovata a fare come quelli che, dopo tanto correre ed affannarsi per arrivare al traguardo, a un passo dal tagliarlo sembrano perdere forza, e sentono il bisogno di rallentare per riprendere fiato. Come hai detto tu, tutto questo è assolutamente normale, e mi stupirei del contrario: penso sia una tendenza genuinamente umana quella di contare su un’indubitabile certezza nelle nostre convinzioni teoriche finché non viene l’ora di realizzarle nel concreto. È in quel momento, in bilico su un burrone, che l’uomo convinto di lanciarsi guarda in basso e pensa: “Ma è davvero il caso di farlo? E se non muoio sul colpo ma resto con una decina di ossa rotte e un dolore lancinante e l’amore che tanto vorrei dagli altri mi verrà somministrato solo nella forma di brevi e pietose visite all’ospedale psichiatrico? E se poi muoio per davvero e Dio mi bandisce dal Paradiso spedendomi all’Inferno? E se la vita invece ha pronti per me una moglie e dei figli bellissimi e bravissimi che non vedono l’ora che io sia il loro marito e papà?”; è lì che fa la sua entrata in scena la Ritrattazione, che tende la sua (in questo caso salvifica) mano. Sempre meglio tardi che mai, no? È davanti alla spaventosa prefigurazione delle conseguenze e delle occasioni perse che l’uomo esita e fa passi indietro. Scusa l’esempio crudo, ma è importante che tu capisca quanto sia fondamentale il momento della scelta, che finché riguarderà la tua vita sarà sempre e comunque qualcosa di solo tuo. Non voglio sembrare scortese, o puntare arrabbiata il dito contro chi vuole solo il tuo bene, ma mi sembra abbastanza palese che, in un modo o nell’altro, non hai mai potuto prendere in considerazione seriamente l’idea di metterti a scrivere, complici i pareri non incoraggianti della tua famiglia. Così facendo hai scartato la tua carta fortunata, e ti sei buttata in un gioco con un mazzo con cui forse non hai mai creduto davvero fosse possibile vincere. Ma se non ci credi tu, che hai in mano le carte e sei seduta al tavolo con i tuoi avversari, chi ci deve credere? Nella vita non c’è nessuno che sceglie le mosse al posto tuo. Puoi ascoltare le parole di qualche suggeritore, ma alla fine arriva il momento in cui sei solo tu a decidere quale carta scartare e quale conservare. Anche se in buona fede, i tuoi genitori hanno inevitabilmente manipolato la partita prima ancora che iniziasse, condizionandone l’esito. Tu però, consapevole o non consapevole, li hai assecondati, non facendo valere le tue posizioni. E quindi ecco qui spiegato il noioso bivio. Non ho una palla di cristallo e non prevedo il futuro, e non posso essere quella mano che ti chiede di seguirla e ti fa strada, ma posso essere quella mano che ti incita a decidere da sola, dandoti uno spintone.

Nel profondo penso che tu sappia cosa sia meglio (non a caso ho detto “meglio”, e non “giusto”) fare per te, quale strada ti faccia davvero sentire realizzata. Tieni anche conto, nel decidere, che se davvero vuoi qualcosa, e non nutri solo un modesto e poco consistente desiderio nei confronti di questa, la ottieni sempre. È una convinzione che non mi toglierà nessuno. In cuor mio, so bene di non essere diventata scrittrice, dopo tanti anni a desiderare di diventarlo, solo perché non lo volevo con tutta me stessa. Tengo ancora un mio diario tra le cui pagine mi rifugio volentieri, dove annoto pensieri e storielle, ma rabbrividisco all’idea che diventi di dominio pubblico: sono contenta di quello che faccio adesso per guadagnarmi da vivere, e quello che scrivo non sarà mai la mia strada maestra, ma un sentiero secondario fine a se stesso che mi piace percorrere giusto ogni tanto. L’idea che chiunque possa capirmi nel profondo, con un minimo di analisi sui personaggi che invento e dietro cui, con una certa codardia, nascondo me stessa e le persone della mia vita, mi terrorizza in un modo che non saprei neanche descrivere. Magari per te invece non è così, ma sarà solo il tempo a fare chiarezza, se concederai davvero a te stessa la licenza di scegliere. Dopo tanto ragionare con la testa, ascolta un po’ il tuo cuore, o protesterà a vita. Non è detto che tu riesca a guadagnarti il pane con quello che scrivi, ma penso che rinunciare a priori a questa possibilità sia una mancanza di rispetto verso te stessa, una ingiustificata punizione che ti infliggi da sola. Quando ti senti scoraggiata, pensa a quante cose belle e brutte al mondo ci sono da raccontare, da mettere per iscritto. E non solo queste: puoi addirittura inventarne tu di nuove e farle vivere sulla carta! Non aspettarti però che l’ispirazione sia qualcosa di costante, ma considerala piuttosto un treno che non ti aspetta alla stazione se tardi di qualche minuto. Tu prendilo al volo, e goditi il viaggio finché dura. È qualcosa di tuo: non permettere a nessuno di far sì che questo parta senza di te, lasciandoti a piedi. Quando lo senti sferragliare sulle rotaie, corri alla stazione. Tieni le orecchie ben aperte, e la penna in mano. Non si sa mai.

Jo March

 

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