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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Atteone

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   4 Ottobre 2018   4 min.

 

Si racconta che ai piedi del monte Citerone, ancora oggi, si odano, la notte, dei piccoli pianti disperati; alcuni sostengono che si tratti del pianto di alcune ninfe per la morte di uno dei loro amati; altri dicono che sono gli alberi a piangere, perché la notte anche il vento si placa, e loro non possono danzare. In verità, c’è una storia che più di tutte ha avuto particolarmente successo. Secondo questa storia, gli spiriti dei cani di Atteone vanno alla ricerca del loro padrone, senza sapere che sono stati loro a ucciderlo. E, non trovandolo, piangono le loro lacrime dal tramonto all’alba.

 

***

 

“Fermiamoci qui” Artemide, figlia di Zeus, aveva interrotto la sua cavalcata. Dietro di lei, Onfale, Citeria ed Ermìade, e le altre ninfe sue fedeli, si arrestarono. Scesero tutte dalle cavalle bianche, e si affrettarono dalla dea per aiutarla. Onfale stese a terra un velo di mussola bianco, perché i piedi santi della dea lunare non toccassero l’erba ancora bagnata; Ermìade tratteneva, nel frattempo, le redini d’oro della cavalla divina.

“Fa molto caldo, oggi. Non possiamo andare oltre… Aspetteremo quando il sole sarà più basso.” disse Artemide, mentre si guardava intorno. Si erano fermate di fronte a una sorgente, nella quale i pesci saltavano di qua e di là, lanciando sulla sponda del piccolo laghetto in cui l’acqua sgorgava dei piccoli schizzi arcobaleno.

E la dea ordinò che si preparasse tutto perché ella si potesse lavare in quelle acque.

Citeria tirò fuori una cassa d’oro avvolta in un panno rosso; sopra di essa vi era raffigurata la nascita di Afrodite, da un lato, e dall’altro l’evirazione di Urano. La aprì, e distese il mantello col quale la dea si sarebbe asciugata. Driade, insieme a Onfale, dispose gli unguenti sacri, e i profumi; mentre altre ninfe, con cura, sistemavano, appesa a un ramo, la veste pulita di Artemide, fatta di morbida seta. Per ultima cosa la dea fu aiutata a spogliarsi: le fu tolto il diadema lunare, e i capelli le si sciolsero sulle spalle; i suoi gioielli, le collane di perle, gli smeraldi, i rubini, i crisopazi, le ametiste che le calavano dal braccio, avvolti in fasce d’oro e d’argento, furono tutti riposti negli appositi contenitori, insieme agli altri oggetti preziosi della dea; infine, le fu fatta calare la veste. E nella sua nudità, festeggiata dal canto pacato della foresta, e dal monte Citerone, si immerse nell’acqua. Le ninfe la seguirono; si spogliarono e corsero da lei.

 

***

 

Dall’altra parte della selva, il giovane Atteone cacciava, guidando la sua muta di cinquanta cani; suo padre, il re di una piccola cittadina che distava poco da quel luogo, li aveva avuti in dono da Zeus; erano, si diceva, i figli che il mostro Echidna aveva avuto da suo figlio Cerbero. Nonostante la loro origine mostruosa, e l’indole spietata della loro discendenza, erano molto belli: e soprattutto erano assolutamente fedeli ad Atteone, che li amava molto.

Atteone era a caccia, come tutti i giorni. E quel giorno, dato che faceva molto caldo, non era riuscito a trovare nessun animale selvatico. Aveva perlustrato tutta la parte di bosco che di solito percorreva. Ma stavolta nulla. Il vuoto più totale. Già il sole era in alto, e ancora non aveva tirato fuori l’arco dalla faretra, nemmeno una volta. Non voleva tornare a casa a mani vuote! Così pensò, pensò e di nuovo pensò. La calura gli colava dalla fronte sotto forma di sudore. Pensò, e non appena ebbe deciso di proseguire verso la parte di selva che non aveva mai visto, mai battuto, già galoppava sul suo cavallo nero, e dietro di lui i cinquanta cani in corsa. Ma più proseguiva, e più tutto si faceva deserto. Soltanto gli alberi, nel loro verde, facevano sembrare il luogo abitabile.

All’improvviso, quando ormai aveva perso la speranza, Atteone udì un rumore d’acqua che si faceva sempre più forte. Certo, pensava, forse seguendo il suono dell’acqua troverò qualcosa… Così scese da cavallo, lo legò a un albero, e senza farsi sentire, come un esperto cacciatore, proseguì a piedi. Il vento spingeva verso di lui le tracce, la melodia che si udiva dallo strepitio delle onde. Piano piano lo strepitio si fece più forte, e divenne un suono chiaro, indistinguibile, un gioco simile a una battaglia tra le onde di un fiume e le risate di ragazza. Così, crescendo, si trasformava…

E quando giunse alla fonte, e vide, rimase esterrefatto.

 

***

 

Al rumore di passi dietro di loro, le ninfe tutte e la dea si voltarono, interrompendo i loro giochi. Atteone stava lì di fronte, mentre con gli occhi le osservava una ad una. Aveva intuito fossero delle entità sovrannaturali, ma non aveva osato – come invece avrebbe dovuto! – chiudere gli occhi, o scostarli da quei corpi nudi che non appartenevano al suo mondo.

L’ira di Artemide non tardò ad arrivare su di lui, quasi in quell’istante in cui Atteone l’aveva vista come donna, e non come dea! Raccolse un pugno d’acqua, e librandosi in volo sopra di lui, gliela spruzzò sul viso. Con la stessa velocità, impaurito dalle possibili conseguenze di quel gesto, lui corse via, chiudendo le palpebre… Come se in quell’istante fosse ancora in tempo a salvarsi! Invece, assunta la forma di un cervo, fuggiva.

I suoi cani, che erano rimasti seduti ad aspettare dove Atteone aveva legato il suo destriero, sentirono nell’aria l’odore della selvaggina. Non avendo ancora azzannato una preda, il loro istinto prese il sopravvento sulla quiete, e tutti corsero seguendo la traccia che ben riconoscevano. Ma non videro il loro signore quando si trovarono di fronte Atteone, già trasformato, ma un cervo. E a poco bastò il tentativo del giovane di fermarli, di chiamarli per nome…

Cinquanta bocche reclamavano il suo sangue animale.

 

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