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Ganimede

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   20 Settembre 2018   4 min.

 

“Quanto sei bello!” diceva “Tu, tu sarai mio. Sarai mio, Ganimede, e di nessun altro.”

Il padre degli dèi stava seduto sul suo trono d’argento quando vide Ganimede per la prima volta. Per primi i suoi capelli, intrecciati in riccioli di puro oro; poi i suoi occhi d’ebano, intorno ai quali un filo di resina bruciata circondava le palpebre; infine, il suo corpo bianco, nascosto da un sottile manto di seta verde… Vedendo ciò non seppe resistere alla passione.

Certamente era il più bel principe che Troia avesse mai avuto. Accompagnava – quando il sommo Zeus lo notò – il re Troo, suo padre, e la madre Criseide, e la corte alla caccia in onore degli ambasciatori di Ninive. E, tra di loro, splendeva come la stella della sera nel fuoco del tramonto; questo perché tutti giocavano con la morte: il padre aveva ucciso un grande toro selvatico, un grande toro bianco che aveva lottato fino all’ultimo prima di cadere, morto; la madre, memore della sua educazione da amazzone, trascinava con sé la corte all’inseguimento di un enorme cinghiale; c’erano poi i servi che seguivano i loro signori, e che sulle spalle portavano vittime ancora agonizzanti. Ma Ganimede, e non per la sua giovane età, non osava sporcarsi di sangue: più del mistero della morte, era il miracolo della vita a incuriosirlo. E tutto ciò che la natura offriva, lui voleva conoscerlo.

Il padre degli dèi fu vinto da questo. Chiamò Hèrmes, suo servitore; e quando giunse gli diede dei precisi ordini, perché lo aiutasse a possedere il figlio di Troo e nipote di Dardano, suo figlio. E lo congedò non appena ebbe finito di parlare, perché si recasse sul monte Ida, dove si stava tenendo la caccia. Poi prese la forma di aquila, e volò anche lui sul monte, in attesa del momento opportuno.

 

***

 

Il giovane Ganimede era seduto sotto un grande albero. Il sole calava, e le voci dei suoi servi lo stavano chiamando; la caccia si era appena conclusa, e tutti erano ormai diretti a palazzo. La sera stessa, agli ambasciatori, il re suo padre avrebbe offerto un sontuoso banchetto. Era già molto tardi: si sarebbe dovuto preparare, avrebbe dovuto indossare la sua veste di seta rossa, e il suo diadema di principe, cosparso di incensi; avrebbe fatto un lungo bagno, nella tinozza di bronzo, e alla fine, con lo strigile, si sarebbe profumato di mirra. Con queste vanità lui giocava ogni giorno. Eppure, quella sera non aveva molta voglia. Voleva, invece, stare lì seduto, attendere la notte che porta sollievo, e vedere le stelle; sentire il canto degli uccelli, per lui, era meglio delle ricchezze di cui era circondato. La reggia di Troia sarebbe caduta, un giorno, magari arsa tra le fiamme… ma quelle montagne, e la Natura insieme, sarebbero rimaste per sempre.

Mentre pensava ciò, non udiva i servi, né suo padre, né sua madre, che urlavano il suo nome, chiamandolo. Sentì, al contrario, dietro di lui, un fruscio muovere le foglie, e dei piccoli passi, non umani – o forse sì, ma non di un uomo qualunque – sfiorare l’erba, a piccoli tocchi. Ganimede, mosso dalla sua giovane curiosità, scostò leggermente il cespuglio che stava a pochi metri da lui, e da cui i rumori provenivano. Al di là dei rami e delle foglie, si intravedeva una piccola vallata, chiusa a destra e a sinistra da un interminabile muro di alberi. In mezzo scorreva un piccolo ruscello azzurro, che la luce del sole, quel poco che filtrava tra le folte chiome, colorava di sangue. A intingere la piccola lingua, un cervo dall’incomparabile bellezza era lì, ai suoi lati, chinato verso l’acqua. E appena ebbe finito levò la testa, sollevando i palchi simmetricamente ordinati, e rivolse lo sguardo verso Ganimede. Il ragazzo era immobile; fissava, coi suoi occhi, gli occhi azzurri del cervo. E rapito dalla sua bellezza fece un passo in avanti, sì che si avvicinasse. Ma incautamente; il cervo, com’era prevedibile, fece due passi indietro, guardò il giovane con aria di sfida, e fuggì via. E Ganimede, quasi per istinto, gli corse dietro. L’animale, però, era veloce, talmente veloce che chiunque avrebbe creduto avesse due ali alle zampe; e in due ali sembravano mutarsi, ogni tanto, le corna d’avorio. Il giovane cercava di stargli dietro, ma le sue gambe erano troppo deboli, e il cervo, che avrebbe voluto vedere ancora nella sua immensa bellezza, troppo lontano… Quando il giovane Ganimede, stanco della corsa terribile, si arrese, già l’animale era scomparso: aveva vinto. Preso dalla stanchezza, si sedette a terra; si era perso, nel bosco. E il sole aveva lasciato il posto alle stelle.

 

***

 

L’aquila-Zeus, nel frattempo, lo aveva atteso. Stava appollaiato a un ramo di albero, tra le foglie che lo nascondevano. Ganimede, che contemplava le stelle sdraiato sull’erba, non si accorse di nulla. Ma un grido, un grido di aquila, squassò le sue orecchie.

E, all’improvviso, il figlio di Troo vide calare su di sé due ali grandi, maestose, indescrivibili; due ali nere, sparse qua e là da una polvere d’oro; tra le piume, il becco d’argento, e due occhi color dell’ambra. Tutto era meraviglia ai suoi occhi. E quando gli artigli, rapidi, afferrarono le sue braccia, non provò dolore. Ma, nel percorso tracciato dal grande volatile, Ganimede stesso si stringeva al rapitore; pensava, quasi, fosse un sogno. Invece capì che era tutto vero, giacché i suoi piedi toccarono terra, e vide dinanzi a sé la reggia del grande Zeus.

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