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RAPPORTO DAL FRONTE IN DISFATTA. Quel che resta dell’editoria poetica

Gerardo Masuccio | il Testo è il Contesto, Letteratura   14 Settembre 2018   3 min.

 

La poesia sfugge. È anacronistica o visionaria, ma non appartiene al tempo. È sempre altrove, la si insegue trafelati, la si avvicina, ma una distanza asintotica ne preclude il controllo. Forse perché la poesia ha in sé il proprio luogo e risponde a un tempo suo, un tempo che non interseca il divenire umano.

Veicolarla è arduo: incanalarla nella storia, forzarne l’ineffabilità, trasferirla al lettore senza sgualcirne la bellezza sono mansioni da perfezionisti per cui il talento, lo studio e l’esperienza si rivelano insufficienti. Chi lavora sui versi dei poeti non può limitarsi ad amarne la lettura, deve avvertire il peso delle parole, la violenza dell’ispirazione, il tormento del labor limae. Deve essere partecipe, insomma, della creazione poetica. Sono convinto, perciò, che soltanto i poeti possano lavorare sui versi dei poeti.

Non è un caso, credo, che i migliori interpreti dell’editoria poetica del Novecento siano stati i poeti, né deve sorprendere che la debilitazione della coscienza poetica del Paese abbia corso i decenni man mano che nei consessi editoriali agli uomini di lettere si sostituivano quelli di talento, di studio, d’esperienza, cui mancava però l’esercizio privato della poesia. Il secolo dell’editoria ha concesso più spazio agli intellettuali che ai burocrati, più prestigio agli autori e meno ai funzionari. La ricerca e la valorizzazione della poesia hanno coinvolto i Pavese e i Ripellino, i Bertolucci, i Raboni e i Solmi, i Giudici, i Sanguineti, i Crovi e i Porta. Perfino i Sereni e i Luzi, nelle grandi case editrici così come in quelle minori. Ciascuno di questi poeti ha orientato con le proprie scelte per cinquant’anni l’evoluzione del pensiero e dello stile poetico, sdoganando gli innovatori e inquadrando gli epigoni, nel solco comune della ricerca. Una tradizione che, al netto di alcune eccezioni (i Cucchi, i Buffoni, i Pusterla, le Rosadini) si è insabbiata nel tempo, trascinando con sé la genuinità dell’editoria poetica.

La poesia resta un genere di nicchia, è vero, ma il mercato ha imposto le sue regole agli editori di oggi come a quelli di ieri. Non contesto, perciò, il vitale compromesso fra ciò che si deve e ciò che si dovrebbe, la regola non scritta che impone all’endecasillabo di rimare con la linea di fondo di un bilancio. Contesto l’assenza di visione, il modus cogitandi di molti cernitori di poesia che sacrificano l’arte al consenso, arrendendosi al semplicismo, alla trascuratezza, alla banalità e – c’è di peggio? – permettendo a questi disvalori di coniare un nuovo canone, cui tutto deve piegarsi. Contesto l’inversione dei fattori, per cui sembra che l’autore debba inseguire il proprio pubblico e non debba, viceversa, il pubblico affidarsi all’intuito dell’autore. Contesto, insomma, l’inversione ontologica del motore e del traino. È evidente, il tracollo della nostra civiltà poetica chiama in correità tutti: i disdegnati lettori, certo, pochi e superficiali, distratti da fonti più confortevoli di intrattenimento, ignavi e privi di spirito critico, inerti nella vita e condannati a esistere; i poeti e gli scrittori, certo, divisi fra la boria e l’insuccesso, i presenzialisti della libreria, autoreferenziali e solipsisti, che parlano fra loro in un alfabeto cifrato e abbandonano i libri nelle mani degli editor, mentre vanno nel mondo e gli appartengono; i critici, i giornalisti e gli accademici, irretiti nelle maglie del do ut des, frustrati dalla fame e ossessionati dalla fama, la cui autorevolezza è spesso svilita dal loro stesso aumentare ipertrofico; infine gli editori, che ancorati a dinamiche novecentesche non sanno più vendere i libri che devono produrre e dunque producono i libri che è più facile vendere, piegando alla loro incapacità imprenditoriale l’estetica dell’arte. E ergendola intanto a paradigma. A loro, più che agli altri, io imputo la responsabilità di questa rovina.

I poeti non sono più autorevoli perché il pubblico è ipoacusico, perché essi per primi trascurano o snaturano il proprio talento e perché, in fondo, chi dovrebbe ascoltare si limita a sentire, per incompetenza, parzialità o incuria. Ma innanzitutto perché chi dovrebbe amplificarne la voce, ossia l’editore, spesso si esime dal farlo, compensando i deficit manageriali, aziendali e promozionali con l’impoverimento del testo. Chi non riesce a sostenere un peso può rinforzare la presa o alleggerire il carico, e la seconda opzione, ancorché svilente, tempera più facilmente il sacrificio. Di qui genera il regresso del sistema, col benestare, e va rivendicato, di talentuosi, colti ed esperti funzionari. Perché i poeti non l’avrebbero mai permesso.

L'autore







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