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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Aracne

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   13 Settembre 2018   4 min.

 

Un giorno, nella felice cittadina di Colofone, in Lidia, si venne a sapere che una donna molto anziana, una straniera di cui nessuno conosceva il nome, fosse giunta in città con l’intenzione di sfidare Aracne, figlia di Idmone. La giovane, armata della sua ben nota superbia, non volle perdersi la possibilità di umiliare un’altra povera malcapitata. Così ordinò alle sue serve di preparare i due telai nella piazza principale, perché la contesa si disputasse il giorno stesso.

 

***

 

Sapeva di essere la più brava. Quando il padre, che era un tintore, la mise sul telaio la prima volta, aveva notato in lei una certa predisposizione all’arte della tessitura. Poi, piano piano, mentre la sua prima tela iniziava a prendere forma, aveva compreso che la sua predisposizione fosse in realtà un talento che gli avrebbe fatto guadagnare parecchio. Ad Aracne questo non importava. Era ancora una ragazzina quando la paragonavano ad Atena, maestra anche lei nell’arte del ricamo.

“Di sicuro” diceva qualcuno “la dea sarà stata la sua maestra.”

Aracne, udendo ciò, arrossiva, e si riempiva d’orgoglio. Ma, crescendo, non volle più essere considerata seconda, nemmeno a una dea; e conobbe il vizio da cui gli artisti non sono, ahimè, immuni: conobbe la superbia. Al che, ogni qualvolta sentisse di essere definita allieva di Pallade Atena, il suo spirito ardente la faceva diventare verde di rabbia. E un giorno non ne poté più. Si alzò, stringendo i pugni, e disse: “La bravura di questa Atena è tutta da dimostrare. Anzi, farebbe meglio a imparare da me, se proprio vuole ancora farsi chiamare dea.” Aveva, all’epoca, soltanto quindici anni.

Nessuno osò risponderle, né con lei fu mai più pronunciato il nome di Atena; la ragazzina parlava empiamente, farneticava come un’ubriaca, e anche solo ascoltarla sarebbe stato pericoloso per tutti.

 

***

 

La voce della nuova sfida raggiunse ben presto ogni angolo della città. E già, quando ancora le ancelle di Aracne non avevano posizionato, come richiesto, i telai al centro della gran piazza, la maggior parte dei cittadini era lì ad attendere le due contendenti.

Aracne fu la prima ad arrivare. I suoi occhi, come due grandi aquile in volo verso il sole, spiegando le ali, guardavano il cielo, dove stavano le dee della casa, abili anche loro al telaio: Hèra, Hèstia e, naturalmente, Atena; in questo modo lanciò la sfida anche a loro. Non molto trascorse, che giunse anche la sua sfidante. Era molto vecchia. La ricopriva un mantello nero, strappato di qua e di là; e un bastone di legno, corroso dai molti viaggi, la reggeva in piedi. Aracne osò guardarla, e un brivido strano la invase. Nonostante la sua antica età, e i capelli bianchi che si intravedevano cadere sulla fronte, i suoi occhi azzurri mostravano invece una gioventù di spirito che nemmeno lei, ancora giovane vergine, possedeva. Per la prima volta nella sua vita non era sicura di vincere.

“Basta…” pensò “deve ancora nascere quello che mi batterà.” E una delle sue ancelle andò al centro, e tra l’euforia generale annunciò l’inizio della sfida. Come avveniva solitamente in questi casi, le due contendenti avrebbero cominciato separatamente; e la sfidante sarebbe stata la prima.

Si sedette davanti al telaio senza battere ciglio, cominciando a lavorare. Intorno a lei, tutti, la fissavano; e fissavano la tela, legata al giogo, ascoltando il pettine battere i denti d’avorio.

Le sue mani incalzavano tra la trama e l’ordito velocemente. Rapidi erano i moti delle dita piene di calli e di rughe; alcuni, tra gli spettatori, ebbero timore, perché nessuna vecchia, seppur tanto abile, avrebbe potuto muoverle così velocemente; come se sotto la pelle rugosa, segnata dagli anni più duri, fossero nascoste le dita di una giovane dea. E non molto trascorse, che il disegno della tela iniziò a prendere forma, partendo dai piedi fino ad arrivare alla testa. E tutto fu chiaro quando l’opera fu compiuta. Su uno sfondo rosso un enorme dio, Zeus probabilmente, dominava il centro. Ai suoi lati, due divinità, Hèrmes ed Hèra, riconoscibili dai loro attributi, si slanciavano uno a sinistra e l’altra a destra; sembravano scappare da qualcosa di più grande di loro. Dioniso e Apollo, l’un l’altro abbracciati, guardavano verso il padre. Artemide, Demetra, Kore, Afrodite – tutte insieme – sembravano intonare un canto. Nella sezione inferiore, intanto, Efesto, retto sulla sua stampella, affilava una scure sotto gli occhi dei ciclopi. E, tutto intorno al disegno, un fregio di ulivi, simbolo di Atena, completava così la nascita della dea. Era veramente un bel quadro.

Ma Aracne non ne rimase colpita. Fece uno strano ghigno, mentre tutti gli altri lodavano l’opera, perché era oggettivamente bella, e senza indugiare si mise a capo del telaio. E rapide furono anche le sue dita, quando aveva cominciato.

Eppure i colori dei fili le sembravano mutare; tutto le appariva un po’ più grande. Dietro di lei, qualcuno aveva incominciato a indietreggiare, altri urlavano, stranamente; i bambini piangevano, aggrappandosi alle loro madri. E nel tumulto che si era creato, e che lei non capiva, anche la vecchia era sparita. Aracne si sentiva stanca; molto. Ma l’orgoglio e l’istinto la facevano continuare… anche quando vide – credette per errore – che le sue mani di ragazza si erano fatte nere, e le dita non c’erano più.

 

***

 

Quel giorno fu terribile, per tutti. Aracne, si diceva, si era trasformata in un mostro! E se l’era meritato! Era stata empia, ed ora ne pagava le conseguenze. Nessuno osava uscire di casa, tanto la paura era grande; il mostro poteva essere lì fuori, nelle strade. Era molto pericoloso.

Un ragazzino, però, non voleva avere timore. Era cresciuto ascoltando le gesta di Eracle, di Perseo, di Bellerofonte. Voleva essere come loro, che avevano combattuto contro mostri e giganti. Così ignorò il divieto di sua madre, prese il suo spadino di legno, e senza farsi vedere scappò di casa. Le strade erano deserte; qua e là era sparso qualche oggetto, abbandonato dal legittimo proprietario in preda alla paura. Non devo avere paura, si ripeteva, se voglio diventare anche io un eroe.

“Cauno, torna a casa. Non fare sciocchezze!” Era la voce della sua vicina, che l’aveva visto mentre guardava dalla finestra. Ma, invano, perché il ragazzino aveva proseguito, fin quando la sua voce petulante non si udiva più.

Poco dopo, camminando, giunse alla grande piazza, dove si aspettava di trovare l’enorme mostro che proprio lì era stato avvistato la prima volta. Ma non c’era nessuno; non c’era nessun mostro che facesse paura. Soltanto due telai, come quello della sua mamma, stavano al centro. Uno dei due aveva una bella tela ancora montata sul giogo; l’altro era vuoto, ma tutto ricoperto di uno strano filo bianco. Si avvicinò, curioso, al secondo. E, con meraviglia, vide il mostro, un piccolo ragno nero, che penzolava da uno dei lati.

 

 

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