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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

La confessione di Dedalo

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   6 Settembre 2018   6 min.

 

“È vero. L’ho ucciso io. Io l’ho gettato giù dall’Acropoli. Io l’ho attirato su, in cima alla rocca di Atena. Si fidava di me. E io… l’ho ucciso. Sì! Sì! Ma avevo le mie buone ragioni… Per esempio… No, ascoltatemi! Ricomincerò da capo. Forse capirete.”

 

L’Areopago, riunito di fronte a Dedalo, non si faceva impietosire dalle lacrime. Del resto, molti altri assassini, nel confessare le proprie nefandezze, mostravano sentimenti di dolore. E a volte di pentimento. Ma un giudice impassibile non può commuoversi. Tutti si ripetevano che una vita persa è persa per sempre… che quelle lacrime gettate così, davanti a loro, erano totalmente inutili. Oltretutto, Dedalo aveva negato più volte, prima di ammettere la propria colpa.

“È sacrosanto” si alzò uno degli anziani, un vecchio dalla lunga barba “che si difenda. Io lo farei parlare.”

“Se avesse detto subito la verità, a quest’ora saremmo tutti a casa a farci i fatti nostri!”

“”Quando Atena Poliàs riunì il primo Areopago, si fidò dei più saggi perché tutti avessero una giusta difesa” replicò “È una norma sacra, e inviolabile.”

La maggior parte, nonostante qualche piccola ma velata protesta, assentì, e a Dedalo fu data la parola.

 

“Tutti voi vi ricordate di mio padre, Metione, e del padre di mio padre, Eretteo; questi fu re di Atene quando ancora il culto della dea non era stato stabilito. Sposò poi Prassitea, e da lei generò quattro figli e quattro figlie. Mio padre fu l’ultimo dei figli di suo padre, e nacque postumo. Suo fratello maggiore, Cecrope, teneva già il trono dell’Attica. Metione crebbe invidioso di lui, perché sua madre pensava soltanto a badare al regno accanto al re suo figlio, senza curarsi di lui e degli altri fratelli, che nel frattempo erano andati in esilio, e ogni volta che lo vedeva sul trono, con le sue vesti regali, con lo scettro ricoperto di pietre preziose, e il diadema che gli circondava il capo come una corona di rose, lui ne provava odio: voleva essere al suo posto, provare cosa significasse avere un potere incontrastato. Ma aveva degli scrupoli, lui, e non provò nemmeno a sottrargli la tirannia con la spada. Essendo dunque figlio di quell’Eretteo che entrò per la prima volta sulla rocca dell’Acropoli portandosi accanto, sul carro, l’effige lignea di Atena, si ritenne vicino alla dea Poliàs tanto da chiederle una grazia. Aveva avuto, dalla sua unione con Alcippe, due figli: me, Dedalo, e Palamone, mio fratello minore. E dal momento che il padre di nostra madre era un carpentiere, crescemmo lavorando con lui, fin quando morì, e imparammo l’arte del mestiere. La nostra bravura ci spinse al di là del mare; lavorammo per il gran Re di Persia, e per il re dell’Egitto, e per i signori che tengono lo scettro delle città fenicie, nonostante fossimo anche noi figli di re. Tutto ciò perché nostro padre, nel suo egoismo, pensò di sistemare se stesso prima di noi. Ho detto, pochi istanti fa, che mio padre pensò di chiedere una grazia alla dea Atena. E la sua grazia, la sua richiesta alla dea Poliàs, fu questa: lei avrebbe dovuto concedergli il trono della sua città, e in cambio lui avrebbe rinunciato a noi, ai suoi figli. Ci avrebbe consegnato a lei, alla sua volontà di dea, perché facesse di noi ciò che avrebbe voluto. Poi, mio padre, o meglio… colui che mi ha generato… Scusatemi…

 

È difficile quando una persona che amate vi tradisce per proprio interesse. È difficile, se questa persona è colui che vi ha generato. Ma dicevo…

 

Sì. Metione, poi, si armò di un suo piccolo esercito di congiurati, ed entrando in una notte nel palazzo del fratello lo uccise. E fu re. Ma tutto l’odio che provava per Cecrope, il popolo non poteva condividerlo, perché era stato un re buono a cadere, dopo quarant’anni di regno, dopo quarant’anni felici, e per mano di un uomo molto egoista. Il regno di Metione durò molto poco. Due giorni. Perché Pandione, il figlio del povero Cecrope, fuggì dalle prigioni in cui era stato rinchiuso dopo la congiura, in quanto legittimo e vero erede, e presa anche lui la sua spada trafisse l’usurpatore. E nel regno fu ristabilito l’ordine.

ll messo di Pandione, nuovo re, venne da me e da Palamone per comunicarci la morte di nostro padre. Io non ne rimasi sconvolto. Ma mio fratello, che era debole e fin troppo amava suo padre, anche dopo il terribile tradimento, non riuscì a sopportare la disgrazia; si ammalò, e nel giro di pochi giorni morì, lasciando suo figlio, il piccolo Talo, che ancora non sapeva parlare. La madre era morta dandolo alla luce, così me ne dovetti occupare io. E fu per me motivo di vanto, come se Palamone, il mio amato fratello, per cui piansi nottate intere mentre le luce della luna mi consolava, non se ne fosse mai andato.

Talo mi ricordava molto mio fratello. Qualcosa di Palemone c’era in lui, al di là dell’aspetto esteriore. Innanzitutto, i suoi occhi, il suo modo di vedere le cose, così perfetto, anche quando crescendo non era più un bambino. E la sua genialità, dèi santissimi, di gran lunga mi superava. Mi superava, questo è certo, qualunque cosa lui facesse. Mi era di grande aiuto, nei miei lavori, come lo era stato mio fratello, a suo tempo; lo avevo preso sotto la mia ala già da ragazzino, gli insegnai tutto quello che sapevo, e la sua genialità faceva il resto.

Mi ricordo che lui aveva dieci anni. Io stavo lavorando a un progetto. Avevo appreso, durante uno dei miei viaggi in Egitto, che legando a una matita una corda, e tenendola all’estremità tesa, potevo tracciare un arco perfetto. Era un’invenzione che mi sarebbe piaciuto perfezionare. E un giorno il piccolo Talo, il mio piccolo Talo, venne da me. Mi guardò e mi disse ‘Potresti fare una cosa.’ E, con le parole di un bambino – ma un bambino non poteva dire certe cose, né immaginarle – mi spiegò che potevo sfruttare lo stesso principio per creare uno strumento che tracciasse un cerchio completo. E poi prese una matita, e su un foglio di papiro disegnò uno strumento di cui capii l’utilità soltanto quando lo realizzai. Ricordo che avevo unito due aste di legno, una delle quali – diceva il progetto – aveva alla sua estremità un ago, mentre all’altra asticella era legata la matita. Le estremità libere, invece, le avevo messe insieme con un sistema fatto di piccole ruote dentate – che no, non inventai io, no… Io le ho soltanto forgiate seguendo il progetto! – che consentivano loro di aprirsi e di chiudersi. Non mi sembra di parlarvi di cose così tanto lontane da voi. Sapete tutti come funziona un compasso. Quello che vi ha lasciato senza parole, è che io vi ho mentito, vi ho mentito su tante cose. Il compasso non era mia invenzione. Né il compasso, né la sega, né gli altri strumenti che man mano vi presentavo, per ricevere lodi non mie. Vi ho mentito. Talo era il vero genio. Ed, io, Dedalo, il geniale inventore dalle mani baciate dagli dèi più alti…

 

Davvero. Chi ero io? Voglio dire: io ero la mano che creava, dopotutto. Ma non avrei mai partorito nulla, né avrei potuto immaginare quelle cose, quegli strumenti, senza essere guidato dalla sua voce. Io ero bravo, nel mio mestiere. Ci sarà stato senza dubbio un motivo, se ero ricordato anche al di là del mare. Ma Talo era un genio. Io, io… in fondo, non ero nessuno. Ora, immaginatevi di essere soli, con i vostri pensieri. Immaginatemi così come potevo essere prima che compissi l’atto più terribile della mia vita; ecco, siete Dedalo. E passeggiate, da soli, di notte, o di giorno. Comunque, siete soli. Talmente soli che iniziate a pensare. Io ho pensato molte volte. Ho pensato che quella fama non mi servisse a niente. Ho pensato che il mio nome, Dedalo, non fosse che un nome.

Io sapevo della mia infinita insoddisfazione. Tutto ciò per cui ero cantato, elogiato, tutto ciò per cui ero il Genio, non esisteva. Esisteva, invece, un vero prodigio degli dèi che poteva essere anche senza di me. Io, al contrario… Nulla. Solo tristezza, insoddisfazione, rabbia, rancore. Avevo iniziato a odiarlo. Il sangue del mio sangue era il mio stesso nemico. La testa del serpente sarebbe vissuta per azzannare la sua coda, finché non si sarebbe arresa. Quando vedevo Talo, sia che lavorasse ai suoi nuovo progetti, sia che fosse a giocare con i suoi coetanei, sia che corresse di qua e di là, pieno della sua gioia di ragazzo – e con gli occhi, ne sono sicuro, che mi guardavano ogni volta con aria di superiorità… quando lo vedevo, mi assaliva una rabbia incontrollata. Un odio ingiustificato verso un ragazzino che era Genio, e sicuramente non per farmi sentire il Nessuno che ero. Davvero, ero figlio di mio padre. Il rancore che corrodeva il suo sangue era forse lo stesso sentimento che vivevo ogni giorno per quel poverino. Sì, lo odiavo. Tanto. E non nascondo che lo odio tutt’ora.

 

Non vi so dire quale fu l’ultima goccia. La mia mente ha rimosso gli ultimi istanti di questa mia esistenza depravata. L’unica cosa che ricordo fu la salita sull’Acropoli; eravamo io e lui. Lui mi chiedeva con insistenza perché lo stessi conducendo lassù, nel cuore della notte. La luna era nascosta dalle nubi. Era terribilmente buio. Io tacevo. Tacevo, perché se avessi risposto gli avrei detto la verità. E quando fummo in cima, ci fermammo. Lui si girò, di scatto, e non appena vidi i suoi occhi incrociarsi coi miei, dèi… Non ce l’ho fatta più! La rabbia che avevo represso, fino a quel momento, esplose nelle mie mani. Lo afferrai per i capelli e…

 

… e lui giaceva morto laggiù, che mi guardava, morto.”

 

Silenzio.

 

“A me non importa di morire! Ho fatto quello che era necessario… Necessario, perché non fossi più secondo a nessuno! Ho odiato perché ho amato me stesso! È per se stessi, per se stessi… Per se stessi, bisognerebbe vivere!”

E detto questo scoppiò in una sonora risata.

 

L'autore







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