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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

La Sibilla Cumana

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   30 Agosto 2018   12 min.

 

Si racconta che in una città della Grecia vivesse un mercante molto ricco, che si era costruito un vasto impero commerciale con le sue sole mani. Tutti in città sapevano di lui, perché la sua casa era in cima alla collina più alta dei dintorni, e di certo non passava inosservata; peraltro era più bella del palazzo del tiranno della regione, che era suo cugino. Due cose lo rendevano noto, in realtà, più della sua grande ricchezza: l’avarizia, dalla quale lui non prescindeva mai, anzi era un suo motivo di vanto, e la sua bella figlia, che dal padre non aveva ereditato nulla, se non forse l’amore per la libertà. Ma se il padre la libertà era riuscito a «comprarla» con il denaro non appena divenne ricco, la povera Vasilissa – questo era il suo nome -, invece, era rimasta prigioniera di una catena d’avorio che non poteva spezzare. Suo padre, da quando la madre di Vasilissa era morta, l’aveva riempita di doni preziosi, di vesti variopinte provenienti dall’India, di gioielli d’ambra o di giada, di caldi profumi egiziani. Era così che pensava di tenerla in pugno, rinchiusa nel suo palazzotto in cima alla collina, nella speranza di poterle trovare uno sposo ricco, con cui lui avrebbe poi fatto affari e avrebbe aumentato ulteriormente la sua ricchezza. Temeva, infatti, che la sua innocenza, e il fatto di essere ancora un piccolo fiorellino in una selva di rovi e di spine, l’avrebbero portata a cadere nell’errore, se fosse stata esposta al mondo: e così aveva deciso di tenere il suo tesoro – e no, non la chiamava così perché le voleva bene – chiuso nelle sue stanze, dalle quali le era proibito uscire. Vasilissa, per amore di suo padre, non osò mai infrangere il divieto; eppure, quando si affacciava dalla finestra e vedeva la frenesia degli abitanti della città, o la gioia dei bambini che giocavano per le strade – erano molto piccoli dal punto da cui li osservava, ma lei aveva uno strano strumento con cui poteva vedere ciò che era molto lontano -, o il mare che rifletteva i colori del cielo, sentiva una strana infelicità, e la voglia di poter avvicinarsi a quel mondo che le appariva lontano. Era molto triste; di notte piangeva senza che nessuno la consolasse; e all’alba, quando il sole stava per sorgere, e il cielo iniziava a tingersi di giallo, si avvicinava alla finestra, perché l’astro fiammante potesse asciugarle le lacrime prima dell’arrivo delle sue schiave.

Le sue notti, poi, erano popolate da incubi. Ve n’era uno che ricorreva spesso, ed era a suo dire il più spaventoso di tutti: si trovava su un cocchio d’oro, trainato da due splendidi cavalli neri; suo padre era il cocchiere, e lei, terrorizzata perché non era mai stata su un carro e temeva di cadere, stava aggrappata ai bordi. La biga correva molto velocemente, tanto che il vento, andandole contro, sembrava scuotere una frusta immaginaria. E mentre con parole e con lacrime la povera Vasilissa tentava di impietosire il padre, perché si fermasse, di fronte a loro una quadriga di leoni furiosi, sollevando la terra con il tocco delle loro zampe, si avvicinava sempre di più. La ragazza scongiurava lo schianto mortale con nuove suppliche, ma invano: sembrava davvero che il padre volesse metterla in pericolo! Ma il cocchiere misterioso che guidava i leoni all’assalto faceva uno strano verso, e le bestie saltavano al di sopra della biga, e una mano nera come la pece, oscura come la morte, la mano di quell’uomo, le afferrava i capelli e la trascinava con sé. E così si svegliava. Il fatto che questo sogno si ripetesse non faceva altro che accrescere il timore, come se in futuro quel viaggio terribile sarebbe dovuto succedere; del resto, si diceva, i sogni non sono forse gli strumenti con i quali gli dèi ci mettono in guardia?

 

E una notte visse quell’incubo come se fosse reale. Infatti, quando si svegliò, piangeva, e i capelli le facevano male, come se fossero stati tirati veramente. Vasilissa guardò alla finestra, e vide che all’orizzonte, dove il mare sembrava baciare il cielo con tutto il suo corpo, la luce dell’alba portava i primi raggi del sole. Allora si alzò, si precipitò alla finestra e, inginocchiandosi, attese che il sole si facesse vedere; e non appena fu visibile almeno in parte, pregò intensamente. «Qualcosa mi sta per succedere, Apollo. Io voglio essere felice: ci sono molte cose che ancora vorrei conoscere.» e una nuova lacrima le scese sulla guancia. «Ho tanta paura. Voglio una vita tranquilla, mio dio. Quello che mi sta per accadere… allontanamelo! Io… io… sarei già più felice ad esserti consacrata.» E consegnò la sua verginità al dio alla quale si era affidata.

 

Apollo aveva già sentito tutto; dal carro col quale conduceva il sole a mezzogiorno pronunciò il suo sì facendo danzare il suo astro sopra le onde del mare. Vasilissa si stupì nel vedere questo spettacolo, e ne fu lieta. Ma non poté godere molto di questa visione perché il dio la addormentò con una carezza, e la baciò da lontano.

 

***

 

«Svegliati, Vasilissa!» La nutrice l’aveva trovata a terra non appena era entrata nelle sue stanze. E subito corse da lei per aiutarla.

«Che c’è?» disse la ragazza, stropicciandosi gli occhi.

La nutrice la fece alzare e la accompagnò a sedersi davanti allo specchio. Mentre le pettinava i capelli, e una serva le spalmava sul viso e sulle mani un unguento profumato, notò che Vasilissa era stranamente di buon umore.

«Vedo con piacere che hai un bel sorriso sulle tue labbra, proprio come quando eri bambina. Ne sono contenta, sai? Anche perché di là ti aspetta una sorpresa…»

«Quale sorpresa?» chiese la ragazza.

«Tuo padre ha… No, no, è una sorpresa; non devi sapere nulla. Ah! La mia bambina sta diventando grande!» e una lacrima di commozione le bagnò la guancia rugosa. Non appena ebbe finito di sistemarla, porse a Vasilissa un peplo di mussola viola e un velo di seta blu, con il quale la ragazza si sarebbe coperta la testa. La curiosità la fece vestire in fretta e furia, e quando fu pronta la nutrice uscì dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle.

Torno pochi minuti dopo. Accompagnava un giovane che portava sotto il braccio sinistro una tavola di legno.

«Bene!» disse la nutrice «È lei la modella. Su, Vasilissa, siediti qui.» e la accompagnò ai piedi del letto perché si accomodasse.

Il ragazzo, che era un pittore, si era nel frattempo preparato, e tracciava con la matita il profilo di Vasilissa. Era molto bella. I suoi occhi erano del colore del cielo quando le nuvole annunciano la tempesta; i suoi capelli, invece, erano come l’ambra bruciata che nutre gli dèi nei loro templi di marmo. Il pittore sembrava imprimere sulla tavola l’immagine di una dea.

Quando ebbe finito il dipinto, il pittore lo mostrò alla nutrice. Lei lo trovò molto bello, e chiamò Vasilissa perché lo potesse vedere. Vasilissa si avvicinò, lo tenne con cura tra le mani e mentre lo guardava con meraviglia non riuscì a togliersi di dosso le sue perplessità.

«Cosa me ne faccio di questo dipinto» chiese «Se ho già questo specchio? Là posso sempre vedermi come sono realmente.»

La nutrice si incupì molto, e comandò al pittore di congedarsi dalla giovane ragazza, e di mostrare il bel ritratto a suo padre. Così il pittore se ne andò, lasciandole sole.

 

«Senti, figlia mia. Io ti voglio bene, ma devi capire come stanno le cose. Questo ritratto sarà esposto sotto il portico che si affaccia sul porto della città. Non guardarmi così, Vasilissa… ormai non sei più una ragazzina. Sai perché tuo padre lo fa. È per trovarti marito. Ah, so cosa mi vuoi dire, cara, ma no, non lo sceglierai tu. Se ti rendesse partecipe di questa scelta, tu porteresti a casa un mendicante. E solo perché hai ascoltato il tuo cuore. Ma per queste cose serve la testa. Vedrai che tuo padre farà la scelta giusta»

Vasilissa si sentì implodere ad ogni parola.

«Ascoltami. Noi vogliamo solo il tuo bene. È al tuo bene che pensa tuo padre, facendo questo. Prendi me, ad esempio: ero ricca. E mio padre mi disse ‘Scegliti un giusto partito, se vuoi continuare a fare ciò che vuoi!’ Io non l’ho ascoltato. Ho fatto di testa mia; e ora mi ritrovo, alla mia età, a badare a te… come se fossi figlia mia. Ma no, lo dico per dire. Io ti voglio bene. Non potrei mai immaginarmi lontana da questa casa… e da te, piccola mia. Ho scelto di cuore, vedi? Eppure sono sempre in cerca di denaro. Non voglio dire male del mio povero marito, che ha sgobbato come un mulo tutta la vita, però… però… Insomma, hai capito. Ah, magari mio padre avesse fatto come il tuo… Mi avesse tappato la bocca. Ma ormai è andata, su, non farmici più pensare!»

«Ma io…»

«Cosa devi capire ancora, bambina mia? Devi essere felice. Lui troverà uno sposo degno di te… Cosa credi? Che sia capace di farti maritare a un uomo che non sa quello che vuole? Tu sei bella, giovane, ricca. Meriti il meglio.»

E le diede un bacio sulla guancia.

«Non piangere, bambina mia. Così mi fai stare male… Bah, capirai, un giorno… Ora se vuoi scusarmi, devo fare un lavoro. Pensa, ché se pensi bene capirai quanto sia saggio tuo padre.» e detto questo se ne andò.

 

E Vasilissa, sola con in suo dolore, pianse come mai aveva pianto. Pianse, perché era certa che questo sarebbe accaduto; pianse, perché il dio alla quale si era rivolta sembrava non avesse fatto nulla per allontanarlo da lei; pianse, perché si considerava consacrata ad Apollo, nonostante ancora non si vedesse manco l’ombra della sua felicità.

«Io non sono felice qui» ripeteva «E non lo sarò rinchiusa nella casa di uno sconosciuto.»

 

***

 

Il giorno dopo attraccò al porto della città una nave proveniente da est. Portava con sé un carico di spezie orientali che avevano attraversato il mondo per giungere finalmente a destinazione.

Quella nave sembrava la nave di un grande re, e quando si era avvicinata alla costa aveva attirato al porto quasi tutti gli abitanti della città. Ma la sorpresa più grande fu quella di scoprire che il suo vero proprietario fosse un uomo molto alto, uno straniero che si nascondeva sotto un mantello rosso come una rosa rossa, e al volto aveva una maschera d’oro. Era sceso dalla nave, trascinandosi dietro uno strano profumo di sale. I bambini ne ebbero paura, e nessuno tra la folla osava andargli incontro per dargli il benvenuto, come si era soliti fare. Sembrava essere diretto alla piazza della città; invece si fermò sotto il portico che dava sul porto, davanti a un ritratto appeso sulla parete che mostrava una giovane fanciulla dagli occhi grigi e dai capelli color dell’ambra.

«Chi è questa ragazza?» chiese a uno schiavo che era intento a pulire il pesce sotto le colonne del portico.

«Ehm… Veramente…» – il giovane era come pietrificato – «lei è Vasilissa, la figlia di Cleomene. Abita sulla collina che sovrasta la città. S-se prosegui verso l’agorà riconoscerai subito la sua casa, perché dal punto in cui si trova è visibile ovunque.»

Lo straniero ringraziò il servo con due monete d’oro, e tornò sulla nave. Uscì poco dopo con dieci servi, ognuno dei quali portava con sé delle casse piene di doni preziosi, e delle grandi anfore contenenti vino, olio, o spezie, e si avviò verso la casa del ricco Cleomene.

 

Cosa poteva fare il ricco e avido mercante Cleomene, se non accoglierlo a braccia aperte e offrire per lui un sontuoso banchetto?

Ordinò che tutto fosse servito con estrema cura su vassoi d’oro, e che le normali coppe di terracotta dipinta fossero sostituite con le coppe di cristallo che gli erano state donate dal faraone Amasis, durante un suo viaggio in Egitto. Il rapsodo, durante la cena, avrebbe dovuto cantare le vicende di Cleomane, il suo antenato che aveva combattuto a Troia accanto ad Achille. Per la prima volta nella sua vita da quando era diventato ricco non volle badare a spese. Tanto, continuava a ripetersi, diventerò parente di un riccone da strapazzo! Infatti, com’è naturale aspettarsi da lui, aveva deciso di proporgli la mano di sua figlia.

 

Vasilissa venne informata da una sua schiava che il padre, quella sera, le avrebbe permesso di partecipare al banchetto, senza tuttavia dirle il vero motivo. Si accorse di quale sarebbe stato il suo destino quando fu per lei il momento di entrare nella sala del banchetto, e tra le voci che lodavano la sua rinomata bellezza, e i profumi del vino, e il canto bellicoso del rapsodo, capì che tra gli ospiti del padre c’era qualcuno che la bramava in moglie, e che quel qualcuno altri non era che lo strano uomo che si copriva il volto con una maschera. Ebbe paura, perché nel sogno che si ripeteva nelle sue notti oscure l’uomo che la trascinava per i capelli, togliendole per sempre la speranza di vivere, non aveva un volto; o, se lo aveva, non era riuscita a scorgerlo.

Lo straniero, appena la vide, si alzò dal triclino, percorse la sala sotto gli occhi stupiti di tutti e quando fu davanti alla sua futura sposa le accarezzò i capelli. Vasilissa era terrorizzata; eppure continuava a guardarlo, con i suoi occhi grigi come le nuvole in tempesta, quasi volesse affrontarlo e vincerlo.

 

***

 

Il banchetto durò tutta la notte, e all’alba il ricco Cleomene prese la parola, come ultimo saluto.

«… Visto che il nostro nuovo amico, qui, mi ha deliziato con i suoi doni più pregiati, chi sono io per negargli la giusta ricompensa? Sono o non sono Cleomene? E a Cleomene non piace quando i suoi ospiti non si sentono giustamente ripagati. Io li tratto come sovrani, i miei ospiti. Lo stesso faraone d’Egitto, il mio amico Amasis, lo ha detto! Su, Vasilissa, vieni qui… da brava… Bambina mia, che faccia che fai! Sorridi! Ché ti sto per fare uno splendido regalo. Eccoti mia figlia, amico mio. Accettala, perché è la cosa più preziosa che possiedo.» Un grido generale di giubilo rimbombò per le pareti, facendole quasi tremare.

Ma Vasilissa, distrutta, riusciva solo a sentire il ghigno malvagio dell’uomo che la guardava attraverso la maschera, dell’uomo che avrebbe posseduto la sua verginità, la verginità che apparteneva al dio Apollo. Cleomene annunciò che quella sarebbe stata la sua ultima notte nella sua casa natale, e che sarebbe partita in mattinata, verso la Fenicia, la terra da cui lo straniero proveniva. Tutti assentirono, e così il banchetto si concluse.

 

E Vasilissa, scortata da due ancelle, si ritirò. Era molto triste, perché avrebbe abbandonato i luoghi in cui era cresciuta da prigioniera, i luoghi dai quali si aspettava un riscatto, per una nuova prigione.

«Vi prego, ragazze» disse alle due ancelle «lasciatemi sola, per cinque minuti.» Le schiave capirono, e se ne andarono. E la porta, chiudendosi, trascinò sul volto della poverina, come una cascata che avvolge la roccia lasciata dalla corrente, tutti i dolori che si era tenuta dentro.

E insieme al giusto pianto esplose la rabbia; e Vasilissa si stracciò le vesti, si graffiò la pelle d’avorio, e si riempì di ferite le braccia, le gambe, e tutto il corpo. «Portami via, Apollo! Voglio andarmene da qui! Io non starò con quel bastardo! No. Maledetto lui! E maledetto mio padre! Io solo a te appartengo.» Sul pavimento tintinnavano delle piccole gocce di sangue; sopra di esse fu presa dalla stanchezza, e lasciandosi andare lentamente si addormentò.

 

Quando si svegliò era notte. La luna era alta in cielo, e sotto di essa le stelle correvano di qua e di là, portandosi dietro i loro strascichi d’argento. Il rumore del mare era molto forte; le onde si infrangevano sugli scogli, e sopra di esse una barca, abbandonata alle correnti, si preparava allo schianto finale con la roccia.

 

«Dove sono?» si chiese, alzando la testa. E infatti non era nella sua camera, a piangere, ma lontano lontano, sembrava, in un luogo che dal suo palazzo arroccato come una prigione non aveva mai visto. Era su una spiaggia: le sue mani toccavano la sabbia resa gelida dai raggi lunari; i suoi occhi potevano vedere il mare; il suo naso poteva odorare l’odore del sale misto all’acqua. Non osava domandarsi chi l’avesse portata lì, né il motivo per cui qualcuno avrebbe dovuto farlo. Ma consapevole di essere libera, andò verso il mare che gli era così vicino e lo toccò. E portando un po’ d’acqua alla bocca si stupì nel sapere che il mare non avesse il sapore delle rose, come si era immaginata, anche se era tanto bello.

 

«Ah, ah… Sei buffa.»

Vasilissa si girò di scatto, quasi avesse udito la voce di un mostro pronto a divorarla. In piedi, con il mantello rosso che toccava la schiuma del mare senza bagnarsi, stava l’uomo che teneva il volto coperto da una maschera. Vasilissa non si ritrasse.

«Ascoltami. Ho capito molte cose di te… Ma credo che dovrei dirti tutto senza tanti giri di parole.»

«Chi sei tu?»

«Ha forse importanza?» disse l’uomo «Chi sono io, per te? Nessuno.»

«Tu… tu sei l’uomo che mi ha presa in moglie, nonostante…»

«Nonostante cosa? … Che? Non rispondi? Te lo dirò io, allora: nonostante fossi già promessa a un altro.»

«Ti sbagli» lo interruppe «Io non appartengo a nessuno!»

«Che dici? Non hai fatto forse un voto, quella notte, di fronte al sole?» – Vasilissa tremò – «No, non sto dicendo niente di strano; hai fatto tutto tu.»

Silenzio.

«Vasilissa, ascoltami. Pensi che Apollo ti abbia abbandonato? Lui ha tanto bisogno di te. E io non sono nessuno per mettermi contro un dio.»

«S-sei un dio anche tu? Rispondi, stavolta!»

«Lascia perdere. Non ti sto forse dando una buona notizia?»

«Ah, che posso farmene della tua buona notizia?» rispose Vasilissa «Non è da te che deve venire.»

«Ascoltami. Apollo ti vuole liberare, perché tu non possa più sentirti prigioniera nelle catene d’oro della ricchezza; non ti obbligherà a vivere in un luogo dove potresti soltanto essere triste. C’è una terra lontana dove i vitelli scorazzano tra i pascoli, e dove le madri li allattano; dietro di lei la stella della sera trova riposo quando il cielo diventa rosso come il fuoco, e il sole seguendola tramonta. In quella terra, che pochi uomini hanno visto e toccato, Apollo vuole stabilire il suo culto. In una grotta, davanti al mare, in una regione che avrà una sua città, un giorno, avrai la tua sede, come sacerdotessa del dio… Sì, Vasilissa… So che mi stai credendo. Te lo leggo negli occhi. Bene. E dal dio trarrai i tuoi vaticini, come la tua collega che per Apollo opera a Delfi, seduta sull’otre che è l’ombelico del mondo.»

Vasilissa era incredula. Tremava, e per il nervoso le sue mani si aggrapparono alla sabbia, stringendone un mucchio tra le mani.

«… E non è tutto.» continuò l’uomo «Il dio vorrebbe che vivessi a lungo, perché è giusto che la tua ricompensa sia grande, dato che sei buona, e chi è malvagio, malgrado tutto, ha la sua ricompensa. E non sia mai che un dio consenta all’uomo saggio di possedere meno dell’empio. Ecco, così ha deciso il dio. Vivrai tanto, e i tuoi anni non si potranno contare, proprio come i granelli di sabbia che stringi tra le tue mani. Anzi, ti dico, ogni granello per te sarà un anno, e così vivendo starai accanto al tuo dio.» Così disse. Vasilissa avrebbe voluto chiedere di più su ciò che le era stato concesso, e soprattutto chiedere all’uomo chi fosse lui per parlare in quel modo per una divinità. Invece, l’uomo scomparve in una strana luce, e il mare si dissolse, la sabbia si fece dura. Le sue mani, che ancora stavano aggrappate alla sabbia, sentirono tra le dita l’erba bagnata di un prato, e due fiori di ginestra che sfioravano i palmi con i loro petali di fuoco. Fu come l’uomo straniero le aveva annunciato. Una grotta molto profonda le si apriva davanti, quasi fosse l’ingresso per l’Ade. Una luce di una lampada sembrava scorgersi in fondo, ma era troppo debole. E chiunque fosse stato lì, a osservarla, l’avrebbe detta una piccola lucciola.

 

Vasilissa fece un respiro lento. Poi, procendendo a passi apparentemente sicuri, entrò nella grotta. E mentre si dissolveva nell’ombra cantò ad Apollo il suo inno di ringraziamento.

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