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Pigmalione

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   23 Agosto 2018   9 min.

 

Un piccolo villaggio sulla costa meridionale dell’isola di Cipro era in fermento. Mancavano pochi giorni all’inaugurazione del tempio dedicato ad Afrodite, la dea che era nata proprio su quelle sponde, e tutti gli abitanti si stavano dando da fare per rendere l’evento memorabile: i pescatori avevano deciso di donare la metà di quanto la loro rete sarebbe riuscita a tirare fuori dal mare, nella speranza che la dea fosse dalla loro parte; i contadini avevano portato ai sacerdoti del futuro tempio tante giare di vino e di olio quante ne sarebbero bastate per tutti gli abitanti dell’isola; i mercanti avevano finanziato, durante tutta la costruzione dell’edificio sacro, i materiali e la manodopera, più per prestigio che per vera devozione. Alcuni di loro arrivarono ad azzuffarsi nella piazza principale della città pur di ottenere l’appalto del frontone, o della metopa più visibile, o del tetto. Nel villaggio non si parlava d’altro che del tempio. Il giorno prima della grande consacrazione, un araldo mandato dal gran sacerdote si fermò in mezzo all’agorà e fece un annuncio che rovinò la felicità di tutti: il tempio non poteva essere inaugurato per la data prevista. Tra i mormorii disapprovanti dei cittadini, il messaggero continuò “… Per quanto i lavori siano stati portati avanti in maniera costante, senza interruzioni o ritardi, purtroppo il tempio non potrà essere aperto ai riti, per il momento.”
“E per quale motivo?” Si fece avanti un vecchio dagli occhi di fuoco.
“Semplice. Manca la statua.”
Alcuni si guardarono tra loro, altri rimasero semplicemente senza parole. In ogni caso, assicurò il giovane araldo, la cerimonia si sarebbe tenuta al più presto. Poi se ne andò, lasciando che la vita continuasse a scorrere come prima.

La statua era stata commissionata a un giovane scultore, figlio a sua volta di uno scultore molto abile; il suo nome era Pigmalione. Fin da piccolo crebbe nella bottega paterna, imparando l’arte del mestiere tra i bronzi, gli ori, gli avori, i marmi che prendevano forma dalle mani di suo padre. Quando Pigmalione ebbe compiuto dieci anni, il padre lo sorprese nel cortile della sua casa mentre su una roccia già levigata dal vento scolpiva un satiro che reggeva i crotali con le mani, e con i piedi danzava; il suo corpo stava emergendo dalla pietra con una tale potenza che si potevano scorgere le vene dell’addome, e ogni singolo pelo della barba sembrava muoversi e incrociarsi quasi stesse danzando veramente; e quegli occhi selvaggi era come se vivessero. “Oh, dèi!” esclamò “Con che coraggio d’ora in poi prenderò in mano lo scalpello? Le mie mani erano adorate, un tempo, per ciò che facevano. Ma se avessero conosciuto prima quelle di mio figlio, non avrei goduto un briciolo della mia fama immeritata.” Da quel momento non osò entrare mai più nella sua bottega, tanto gli ricordava di essere secondo nella sua stessa arte, e forse nemmeno quello. Prese poi gli strumenti da agricoltore – suo padre era stato un umile contadino, così come i suoi antenati – e andò a lavorare in campagna. Morì in un caldo pomeriggio d’estate, precipitando nel pozzo dal quale aveva tentato di attingere l’acqua.
Pigmalione aveva ereditato la bottega paterna, e gli affari andavano a gonfie vele. I più ricchi dell’isola, e non solo, facevano a gara per contendersi una sua scultura, e quando riuscivano a ottenerla la esponevano con orgoglio nell’atrio della propria casa. La sua fama di scultore abilissimo, pari soltanto a Dedalo, era ormai riconosciuta da tutti. E non parve strano, né a lui, né ad altri, che i sacerdoti del nuovo tempio di Afrodite lo scegliessero per una statua di marmo della dea che si sarebbe dovuta collocare nel nuovo tempio. Pigmalione accettò senza nemmeno pensarci, e iniziò subito il lavoro. Prese martello e scalpello, si mise di fronte al blocco di marmo che aveva collocato al centro della stanza, e iniziò a picchiare fino a quando non emerse dai frammenti di pietra sparsi qua e là una massa ancora informe. Passò dunque a scolpirla in maniera più dettagliata, delineando meglio i piedi, le gambe sinuose, il fianco morbido, i seni, il volto e i capelli, legati da una fascia e trattenuti dalle mani stesse della futura dea. Fu poi il momento di levigarla: partendo sempre dal basso, lisciò con cura la superficie bianca, perché sembrasse pelle umana o, in questo caso, divina. I garzoni, nel frattempo, avevano preparato i colori, così come aveva detto loro il maestro: Pigmalione aveva scelto un marrone scuro per i capelli e per le folte sopracciglia; un rosso ardente per le labbra, quasi fossero baciate dal fuoco; e per gli occhi, che riflettevano il mare, un azzurro prezioso, ricavato dal lapislazzulo. Era usanza dei greci dipingere le statue prima di offrirle agli dèi. E fece lo stesso Pigmalione, che era greco, quando ebbe finito di levigare la dea, e da scultore divenne pittore.

Era ormai notte. Gli aiutanti scultori, i garzoni, gli aiutanti dei garzoni avevano lasciato la bottega, e si erano messi a letto, nelle loro stanze. Pigmalione era solo quando, terminata l’opera, aveva iniziato a fissarla da lontano. L’araldo dei sacerdoti era passato soltanto quella mattina ad annunciargli la commissione; l’aveva completata in meno di un giorno. Ora che l’aveva compiuta, poteva dire certamente che fosse il suo lavoro migliore. Ogni dettaglio era perfetto. I suoi occhi, poi, quegli occhi meravigliosi che riflettevano il mare, sembravano spostarsi a destra e a sinistra ogni volta che Pigmalione si muoveva per ammirarla nei particolari. Era certamente una dea. L’aveva immaginata mentre si levava dall’acqua nella quale si era immersa e, tornata a riva, poteva finalmente sciogliere i capelli sulle spalle d’avorio. Dalla finestra, un raggio di luna cadde sul suo corpo di marmo e lo illuminò. Pigmalione ne rimase turbato. Prese il martello che stava sul tavolo, e sollevandolo colpì il fianco della statua. “Perché non sussulti!” gridò “Non puoi essere soltanto una pietra!” Uno dei suoi assistenti, che stava già dormendo, aveva udito l’urlo; rapido, si precipitò a soccorrere il maestro. Lo vide seduto, a terra, ai piedi della dea che anche lui trovò tremendamente bella. Lo sollevò, dunque, e lo condusse nella sua stanza. Il sole stava iniziando a sorgere.

Passò tutta la mattina a dormire, e quando fu sveglio il sole aveva raggiunto il punto più alto. Nonostante il suo sonno fosse stato pieno di incubi, e terribilmente scosso, corse in bottega, dove tutti erano già al lavoro. Entrò come se il suo arrivo annunciasse la più grave delle disgrazie – così sembrava ai suoi assistenti – e si diresse verso la statua: la luce del meriggio l’aveva resa ancora più bella. “Mèrmeros, Polìtes!” – I due servi accorsero immediatamente – “Dobbiamo coprire questa statua.”
“Perché? È cosi tanto bella…”
“Non m’importa. Portatemi quel telo.” E indicò un panno piegato a terra, tutto coperto di polvere. Mèrmeros lo sbatté un poco e lo passò al padrone. Poi tutti e tre coprirono la statua.
“Tranquilla” pensava nel frattempo Pigmalione “tu non uscirai mai da qui. Ti ho fatta perché i sacerdoti volevano esporti al pubblico, in un pubblico tempio. Ma la tua pelle lucente io non posso dividerla con nessuno. Sei troppo bella perché gli uomini ti guardino. Sei troppo bella perché le donne ti contaminino con i loro sguardi invidiosi. I tuoi occhi che vedono il mare mi appartengono. Dèi, come vorrei baciare la tua bocca! Ma non posso. Non è che pietra! La donna che amo è pietra! Afrodite, Afrodite, ascoltami. Se tu trasformassi questa pelle di marmo in vera pelle, se il brivido freddo che sento ogni volta che tocco questo ghiaccio tu lo trasformassi in un caldo piacevole, io ti donerei dieci, cento, mille altre statue. Le farei più belle. E ogni tuo tempio ne avrebbe una. Ti darò diecimila statue, lo giuro: ma tu lasciami questo marmo, questo ammasso di pietra che io trovo tanto bello, e che amo nonostante tutto. Per me, lei non ti somiglia più. Tu sei molto più divina. L’unica cosa che avete in comune è il colore della pelle; entrambe siete bianche come latte. Ecco, chiamerò lei Galatea, per distinguervi. Me la lascerai, dea, vero? Me la lascerai?…” La statua era stata coperta, i due servi erano tornati al lavoro. Pigmalione chiamò tutti quelli che lavoravano presso di sé e fece giurare che nessuno avrebbe parlato della statua. Tutti giurarono. Sapeva essere molto severo.

Ogni sera, quando la bottega si svuotava, Pigmalione rimaneva lì, e assicurandosi che nessuno potesse sorprenderlo, scopriva la sua Galatea, la stringeva tra le sue braccia, per scaldarla, e rinnovava col pensiero, con le parole o con le lacrime la sua richiesta alla dea dell’amore. A volte le prometteva altre statue, a volte voleva donarle tutte le sue ricchezze, a volte piangeva soltanto. “Almeno fammi illudere che sia donna!” Niente. La dea non sembrava rispondere.
Passarono due mesi dal giorno in cui Galatea era nata dal marmo. Il tempio era stato quasi ultimato, e il gran sacerdote, accompagnato dal suo ambasciatore, si stava recando alla bottega di Pigmalione per vedere la statua sulla quale si nutrivano grandi aspettative. Pigmalione era intento a lavorare a un’altra opera quando gli giunse la notizia del suo arrivo imminente; una fitta al cuore lo fece quasi cadere a terra. Non poteva essere! Era un sogno! Un terribile incubo, come quelli che viveva ogni notte, quando lasciava il suo amore a danzare con i raggi della luna! Separarsi dalla sua Galatea? Mai. Ma se la dea fino a quel momento non aveva voluto esaudire il suo desiderio, che cosa avrebbe potuto fare? Rubare un dono che apparteneva a lei? Certo, poteva sostituire la statua con un’altra. Ma tutto sarebbe stato vano. Galatea non sarebbe diventata una donna: sarebbe rimasta pietra, per sempre. “Hai vinto, Afrodite.” si disse “Galatea non esiste. Esiste solo una statua, la tua statua. La darò al tempio, com’è giusto che sia. Il mio amore, però, esiste. Il mio amore mi ha fatto e mi farà soffrire. E, poiché io sono debole assisterò all’ultima mia gloria, quando sarà collocata nel tempio, ed io sarò acclamato come nuovo Dedalo; poi mi darò la morte con la spada.”
Il gran sacerdote giunse poco dopo, insieme al suo ambasciatore; Pigmalione era ormai pronto alla resa. Fece vedere la sua Afrodite – Galatea non esisteva più – al suo ospite, e mentre dalle parole del vecchio uscivano lodi a lui, lodi al suo lavoro, lodi alla bellezza della dea, Pigmalione non riuscì a trattenere le lacrime.
“Che c’è, figliolo? Ho forse detto qualcosa di male?”
“Nulla. È soltanto troppo bella. Tanto bella che potrei innamorarmene.”

“Ascoltami” disse il gran sacerdote prima di andarsene “la cerimonia di consacrazione del tempio avverrà tra una settimana. Tra sei giorni manderò qui qualcuno perché ritiri la statua. Ah, Pigmalione! Davvero gli dèi ti hanno donato delle mani capaci, delle mani dal valore immenso. Sono sicuro che tu possa chiedere qualsiasi cosa agli dèi, se solo fossi disposto a rinunciare a loro.” A Pigmalione non importava più nulla. Era diventato un guscio vuoto, ormai, e la sua arte non poteva consolarlo. Anzi, lo distruggeva: non erano forse state le sue mani a creare l’oggetto che lo stava portando alla fine?

Giunse la notte prima dell’addio fatale. La luna splendeva in cielo come la sera in cui Pigmalione aveva provato l’amore per la prima volta. Sarebbe stata la sua ultima sera con Afrodite; anzi, con Galatea – poche ore e poi non avrebbe più potuto mentire. Pigmalione si avvicinò a lei, scostandole il telo che la copriva, perché il raggio pallido che passava dalla finestra la illuminasse. La guardò. Era bella, pensava, più bella del solito.
“Afrodite, tu hai mai sofferto per amore? Non è bello, fidati! Perché non ascolti coloro che t’invocano con le lacrime agli occhi? Ho provato a piangere davanti a te. Ho provato a offrirti ricchezze, ignorando che a voi dèi non servono le ricchezze del mondo. Ho provato a supplicarti senza dire nulla. Quello che speravo non è accaduto. Allora, se questa è l’ultima notte, farò un ultimo tentativo. Ti donerò qualcosa che mi appartiene, e che solo io possiedo. Ecco le mie mani. Prendile. Io non ne ho più bisogno. La mia Galatea è tutto per me. Pensaci, se hai un cuore di dea; se davvero tu hai patito l’amore, come me. Ma rendi caldo il suo corpo, rendilo vero, fallo vibrare dell’amore per me che l’ho creata e la amo.” E detto questo, si addormentò. Sognò di tornare a casa da un lungo viaggio carico di doni sulle sue spalle e di trovare, non appena avesse aperto la porta, Galatea viva che gli correva incontro, che lo stringeva, che gli accarezzava i capelli, e con un bacio caldo dischiudeva le sue labbra. Tutto sembrava reale. Una voce, poi, una voce quasi divina, rimbalzava da una parete all’altra della casa.
“Visto? Non vi ho lasciati soli.” E un profumo di rose e di miele inebriò il sogno; era talmente forte che Pigmalione si svegliò all’improvviso. Si ritrovò a terra, con la testa rivolta verso la finestra dalla quale non si vedeva più la luna, ma solo le stelle e alcune cime di alberi. Una mano calda, una mano femminile, era posata sul suo petto nudo. Non era un sogno! Era vero! Si voltò di scatto e vide lei, vide Galatea, viva, calda, felice. La sua pelle non era bianca come prima, ma sicuramente non si sarebbe trovata al mondo una fanciulla tanto bella, con una pelle così chiara: nemmeno presso le spose galate che in battaglia ìncitano i mariti mostrando i seni scoperti.
“Pigmalione” disse la fanciulla appena nata, con una voce più soave del suo aspetto “posso amarti finalmente?”
“Tu, tu mi ami?”
“Sì. Ho pregato anch’io la dea, tanto. Per noi, e per il nostro amore.”
E lacrime di gioia bagnarono i volti di entrambi. Pigmalione aveva Galatea, Galatea aveva Pigmalione. Rimasero a guardarsi per un po’, fin quando il sonno non li colse, e si addormentarono insieme.

Si svegliarono prima dell’alba; senza perdere tempo presero le loro poche cose e fuggirono. Nessuno li vide più.

Quando il gran sacerdote venne a sapere che lo scultore e la statua erano scomparsi, pensò che la dea stessa li avesse richiamati a sé: “Ha voluto con sé” aveva detto “Il suo ritratto più bello, e l’artista che l’ha fatto.” Né lui, né gli altri sacerdoti si preoccuparono del fatto che mancasse la statua, e che l’inaugurazione si sarebbe dovuta ritardare, perché era chiaramente avvenuto un miracolo. E questo poi si disse in tutto il villaggio, quando la notizia venne diffusa.
L’incarico per una nuova scultura venne subito affidato a un certo Aristeo, che la iniziò e la terminò in un mese. Ma quando la delegazione dei sacerdoti andò a vedere il lavoro finito ne rimase scandalizzata, perché il volto della dea ricordava molto una popolana. Aristeo non poté difendersi dall’accusa di ateismo, e per questo motivo fu arrestato e la sua statua fu distrutta sotto i suoi occhi.
La terza Afrodite che fu collocata nel tempio era un idolo coperto da un enorme mantello, che sorrideva in maniera sgraziata e aveva gli occhi che uscivano quasi dalle orbite, tanto erano grandi; quando il tempio fu inaugurato e la statua fu vista al centro della cella, gli abitanti del villaggio non ne rimasero particolarmente colpiti. Anzi, la reputarono indegna di un tempio del quale si era parlato tanto.

 

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