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Il portiere: tra eccentricità e solitudine

Nicolò Vallone | Lo Sport nel Vallone, Sport   12 Agosto 2018   7 min.

Considerazioni e narrazioni sul ruolo più letterario e filosofico del gioco del calcio

 

 

Prendete uno sport in cui lo scopo è fare gol, si usano tutte le parti del corpo tranne braccia e mani, i giocatori si muovono per tutto il campo e quelli della stessa squadra indossano un’identica maglietta. Poi prendete un giocatore che come scopo ha quello di impedire i gol, che deve usare prevalentemente braccia e mani, che ha come confine di competenza la propria area di rigore, che indossa una maglietta diversa dai compagni ed è l’unico a dover indossare dei guanti. Questo ossimoro vivente, questa figura solitaria per natura, perennemente sospesa tra filosofia ed epica, è il portiere.

 

Chi interpreta una simile figura su un campo da calcio, bastian contrario per regolamento e per vocazione, è facile che sia un tipo sopra le righe. Dentro e fuori dal campo. In Olanda vige persino il detto Keepers zijn gek (“I portieri sono matti”). Alcune delle storie e dei personaggi più eccentrici del mondo del pallone, in effetti, sono legati al ruolo del portiere.

A partire da William Foulke, detto “Fatty”. Portiere inglese dei primi anni del Novecento. Anzi, portierone: 1 metro e 93 di altezza per 150 chili di peso! Sovrabbondanza fisica a cui si aggiungeva quella caratteriale: su di lui circolano aneddoti folli, tra traverse spaccate in due, porta abbandonata durante il gioco per protesta contro la propria squadra che subisce troppo gli avversari, arbitri inseguiti fin dentro gli spogliatoi… e un fatto invece molto preciso e accertato, la morte per cirrosi all’età di 42 anni, che ben fa capire a quali altri tipi di eccessi fosse avvezzo.

Degna di menzione anche l’aura leggendaria di Ricardo Zamora, uno dei primi divi dello sport, divenuto famoso negli anni ’30 per le sue plastiche doti acrobatiche e per il fascino che lo circondava. Nella sua Spagna venne soprannominato “El Divino” e si ritagliò pure alcune parti da attore. E trovò anche il modo di scampare a una fucilazione, in piena guerra civile spagnola, distraendo i carcerieri con le storie delle sue imprese e invitandoli a tirargli calci di rigore.

In epoca più moderna, si sono visti all’opera diversi portieri particolarmente acrobatici e stravaganti nella loro interpretazione del ruolo, come a voler rimarcare la propria presenza scenica e ad affermare che “è vero, non siamo quelli che segnano i gol, ma sappiamo essere spettacolari anche noi”: tanto per fare alcuni nomi, l’ungherese Gyula Grosics, l’argentino Hugo Gatti, l’inglese Ray Clemence, il brasiliano Leão, il camerunense Thomas N’Kono, il belga Jean-Marie Pfaff, il danese Peter Schmeichel, gli italiani Giuseppe Moro (detto anche “marionetta”), Giorgio Ghezzi (detto anche “kamikaze”), Pier Luigi Pizzaballa (detto anche “portiere volante”) e Walter Zenga (detto anche “Uomo Ragno”), il tedesco Manuel Neuer (autentico innovatore del ruolo, capace di uscite a 30 metri dalla porta e di controlli palla degni di un centrocampista di qualità) o i portieri del Liverpool Bruce Grobbelaar e Jerzy Dudek, che a 21 anni di distanza l’uno dall’altro hanno regalato alla loro squadra la Coppa dei Campioni ai calci di rigore “distraendo” i tiratori avversari con delle movenze da clown ubriaco sulla linea di porta… ma la palma della spettacolarità spetta al colombiano René Higuita, che amava avventurarsi palla al piede fuori dall’area dribblando gli attaccanti avversari e soprattutto ha consegnato alla storia la cosiddetta parata dello Scorpione, una respinta con le suole degli scarpini effettuata tuffandosi in avanti e piegando le gambe all’indietro. Ma era un personaggio a tutto tondo: dovette saltare i Mondiali di USA ’94 poiché in galera, era amico intimo del celeberrimo narcotrafficante Pablo Escobar e ha avuto per anni forti problemi di dipendenza dalla cocaina, tanto da essere sospeso dall’attività professionistica per questo motivo nel 2004.

Altri portieri invece lo show lo imbastivano stando fermi, come lo scozzese Frank Haffey, che mentre la sua squadra attaccava passava il tempo cantando e stando appeso alla traversa, o il polacco Jan Tomaszewski, che seguiva le fasi d’attacco della propria squadra appoggiandosi al palo con fare volutamente disinteressato (il grande allenatore inglese Brian Clough lo definì un pagliaccio con i guanti).

Se parliamo di portieri spettacolari, non possiamo non parlare di chi l’istrionismo l’ha coltivato non solo con movenze e stile di gioco, ma anche con il look. Portando al massimo grado di creatività la caratteristica dell’indossare una maglia diversa dai compagni di squadra, il messicano Jorge Campos si rese celebre negli anni ’90 per i suoi completini variopinti e sgargianti, che disegnava lui stesso. E anche lui, come Higuita, amava talvolta fiondarsi in avanti palla al piede. Tanto da riuscire persino a segnare in rovesciata.

Restando in Sudamerica, terra di divertimenti e follie, citiamo due nomi: il paraguaiano José Luis Chilavert e il brasiliano Rogerio Ceni. Grazie soprattutto alla loro abilità nel calciare punizioni e rigori, hanno trasceso la caratteristica solitudine ed esclusività del portiere e hanno segnato parecchi gol in carriera, rispettivamente 62 e 129! E anche qui ritroviamo Higuita, che di reti ne ha realizzate 41.

Altri esempi di “rottura dell’eccezionalità” possono essere considerati quei portieri divenuti famosi per uno stile di parata più con i piedi che con le mani, come il nordirlandese Pat Jennings (dotato oltretutto di mani enormi che gli consentivano di bloccare le palle alte con una mano sola), l’olandese Jan Jongbloed (uno dei primi peraltro a non indossare il canonico numero 1 dietro la maglia) e l’italiano Claudio Garella (due scudetti negli anni ’80, uno clamoroso col Verona e uno col Napoli di Maradona).

A proposito di rotture, ci sono stati portieri che, trascinati dall’impeto, sono usciti rovinosamente addosso ad avversari lanciati a rete infortunandoli gravemente: ci ricordiamo ad esempio di Silvano Martina, che in un Genoa-Fiorentina del 1981 colpì alla testa Giancarlo Antognoni, il cui cuore si fermò per parecchi drammatici secondi prima di essere rianimato da un massaggio cardiaco; o ancora il tedesco Toni Schumacher, che nella semifinale dei Mondiali 1982 contro la Francia mandò al tappeto Patrick Battiston rompendogli due denti, incrinandogli due vertebre e facendogli perdere conoscenza.
A volte invece l’impeto si esprime attraverso reazioni violente extra-tecniche. Come quando Oliver Kahn, gigante teutonico che incuteva timore al primo mezzo sguardo (figuriamoci quando inveiva contro compagni e avversari) strattonava, scalciava o addirittura mordeva attaccanti avversari rei di averlo contrastato in maniera a suo parere eccessiva. Citazione d’obbligo pure per il nostrano Salvatore Soviero, protagonista di almeno un paio di risse con intere squadre avversarie nei campionati di Serie B e Serie C.

E a volte, infine, il carattere impetuoso di un portiere si è spinto fino a tragiche conseguenze extra-calcistiche: il brasiliano Bruno Fernandez de Souza l’anno scorso è stato condannato in via definitiva per aver commissionato l’efferato omicidio dell’amante Eliza Samudio nel 2010.

Forse un fondo di verità c’è in quel Keepers zijn gek degli olandesi.

 

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Ma il portiere è anche un equilibrista che si barcamena su un filo psicologico sottilissimo. Agli errori dei compagni c’è sempre qualcuno che può rimediare, ma ai suoi no: se lui sbaglia, l’errore è decisivo. E anche se non è stato lui a sbagliare, fisicamente è lui a subire il gol e raccogliere il pallone nella propria porta, e nessuno può toglierli dalla mente quel tarlo che insinua il dubbio che una parte della colpa potrebbe sempre essere sua. E non esistono compagni di reparto con cui spartirsi le responsabilità. Il guardiano della porta, l’estremo difensore (così viene anche definito in gergo), il più immediato capro espiatorio, è lui, il solo e unico portiere.

Una solitudine ben tratteggiata da Umberto Saba, che negli anni Trenta diede alle stampe 5 “poesie sul gioco del calcio”: in un paio di esse, si trovano vividi ritratti di portieri. Nella strofa centrale di Tre momenti l’estremo difensore viene dipinto come una sentinella che da lontano resta vigile, ed è pronta a passare all’azione, con le sue mosse uniche nel loro genere, appena il pericolo si avvicina. Nel componimento Goal Saba descrive con tecnica quasi cinematografica due umori opposti, quello del portiere che ha subìto il gol e quello del portiere della squadra che ha segnato: il primo si nasconde il volto per la vergogna, e il difensore che lo va a consolare scopre un viso rigato di lacrime; il secondo si lancia in festeggiamenti, ma non insieme ai compagni: si limita a capriole ed esultanze lanciate dalla propria area di rigore, cercando in tutti i modi di far vedere che della festa è parte anche lui. Opposti negli umori, quindi, ma simili nella solitudine esistenziale.

E come avrebbe fatto notare nel 2000 il giornalista Gian Luca Favetto in una poesia dedicata al ruolo dell’estremo difensore, se c’è una festa a cui lui si ritrova spesso vicino, è quella degli avversari: un destino eternamente beffardo.

Nello stesso periodo di Saba, precisamente nel 1936, in Unione Sovietica si celebrava questa figura di eroe solitario, modello e incarnazione dello stoico uomo socialista, con il film Il portiere (Vratar nell’originale russo), regia di Semën Timoshenko. Senza dimenticare che il romanziere e poeta Vladimir Nabokov era stato un appassionato calciatore amatoriale, di ruolo portiere. Chissà, forse non è un caso che l’unico estremo difensore ad aver vinto il prestigioso Pallone d’Oro sia stato un sovietico: il “Ragno nero” Lev Yashin, nel 1963.

Un saggio tragicomico della solitudine del portiere è l’episodio risalente al 1937, quando a Londra il match tra Chelsea e Charlton  fu sospeso per nebbia e tutti rientrarono negli spogliatoi… tranne l’estremo difensore ospite Sam Bartram: nessuno lo avvisò della sospensione, lui non si accorse di nulla e rimase oltre un quarto d’ora nella propria area di rigore senza veder nessuno, dando per scontato che la partita stesse proseguendo e che semplicemente la sua squadra stesse continuando ad attaccare!

Meno comicamente e più tragicamente, la solitudine e la iper-responsabilizzazione connaturate al ruolo hanno portato a vicende personali piuttosto tristi. Il portiere emblema da questo punto di vista è il brasiliano Moacir Barbosa: ritenuto il responsabile del Maracanazo, ossia l’umiliante sconfitta patita in casa dal Brasile nella finale dei Mondiali 1950 contro l’Uruguay, in patria Barbosa venne additato per il resto della sua vita come “l’uomo che ci ha fatto perdere i Mondiali”; ancora negli anni Ottanta, chi lo riconosceva in luoghi pubblici talvolta lo indicava e borbottava. E nel 1993 la Federcalcio brasiliana gli proibì di recarsi a salutare la Nazionale in vista dei Mondiali dell’anno successivo. Morì a 79 anni, dopo aver lottato per anni con la depressione. Al suo funerale non si presentò nemmeno un calciatore.

Già, la depressione… anche il più grande portiere dei nostri tempi, Gianluigi Buffon, ne ha sofferto tra il 2004 e il 2005. E ne era affetto da anni Robert Enke, estremo difensore dell’Hannover 96 e della Nazionale tedesca che si suicidò sotto un treno il 10 novembre 2009, pochi mesi prima di un Mondiale che avrebbe disputato da titolare. Qualcuno ha persino coniato l’espressione “depressione del portiere”, effetto collaterale più drammatico dell’interpretazione di un ruolo così controverso e solitario…

Il caso celebre più recente è quello di Chris Kirkland, portiere inglese ritiratosi 35enne nel 2016 perché, nonostante il fisico gli permettesse di continuare l’attività professionista, la sua depressione lo bloccava. Una vicenda che riporta a quanto accaduto nel 2007 a Saul Santarelli, estremo difensore del Messina che rescisse improvvisamente il contratto a causa dello stesso problema.

Per aiutare i portieri di domani, Kirkland ha fondato anche un’accademia per giovanissimi che aspirano a giocare in questo ruolo, per allenarli da un punto di vista sia tecnico che psicologico.

 

 

Eccentricità, istrionismo, solitudine, depressione. Quante sfaccettature, quante multiformi declinazioni umane possono essere emanate da questo ruolo intrinsecamente anomalo!

E se tutto ciò non bastasse a mostrare efficacemente come il calcio in fondo sia anche un enorme specchio della vita, rivolgiamo gli animi a un Nobel per la Letteratura come Albert Camus. Lo scrittore franco-algerino, prima di essere colpito da tubercolosi non ancora maggiorenne, amava follemente giocare a pallone, e una volta adulto ebbe a dire: Tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini, lo devo al calcio.

In che ruolo giocava Camus? In porta, ovviamente!

 

 

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