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Selene ed Endymion

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   9 Agosto 2018   2 min.

 

Poco prima che Aurora si levasse per far splendere il cielo nel colore rosa dell’alba, Selene fu pronta a guidare le cavalle al tramonto; così era stato stabilito per quella notte. La sua veste candida, che fino a poco prima si poteva scorgere sulla volta celeste vibrare al passaggio dei venti, tra le nubi illuminate dai suoi raggi, mentre la biga lunare era piegata per calarsi a terra, aderiva al corpo della dea, facendola sembrare ancora più bella. Un viandante che aveva attraversato tutti i regni del mondo, tutte le città, la vide mentre percorreva la sua strada per tornare al luogo da cui era partito. Aveva deciso che sarebbe morto soltanto quando avesse riconosciuto la sua casa. Ma vide Selene che declinava verso l’orizzonte e disse “Ovunque io potrò vedere la luna, quella sarà la mia casa”. E spirò con un sorriso sulle labbra.

La luna ha sempre affascinato anche me. Tante volte, quando era alta lassù in cielo, e io non potevo toccarla, ho desiderato addormentarmi sotto la sua luce. Proprio come l’antico viandante. O come Endymion.

Endymion… Non conoscete la sua storia? Ancora oggi Selene, la bella figlia di Iperione, la sorella del Sole, quando termina le sue mansioni divine, si affretta verso un luogo lontano, una grotta vicina alla città di Mileto. In quel luogo, si dice, una strana luce creata da un raggio di luna protegge la giovinezza di un caro ragazzo, un pastore tanto bello che Selene ama da tempi immemorabili. Ogni giorno, od ogni notte, quando la luna non deve essere in cielo, il carro lunare la conduce in quel luogo solitario e inaccessibile, curato dalle ninfe dei boschi e degli alberi; e appena le cavalle toccano con gli zoccoli d’oro l’erba bagnata, ella scioglie i capelli tenuti insieme dal diadema, e i sandali ai piedi, i sandali dono della Notte sulla quale cammina onorandola. È felice come una bambina. Gli occhi, commossi dalla gioia infinita, piangono lacrime d’argento.
Endymion sta in fondo alla grotta, disteso su un letto di petali, sognando una vita che non vivrà mai. Dormirà per sempre un sonno così leggero da farlo muovere, ogni tanto, e pronunciare qualche parola. La causa del suo sonno senza fine è accanto a lui: la dea nuda che si è distesa a vivere la sua passione. Si era innamorata di lui vedendolo già addormentato, in uno dei suoi viaggi. Lui non poteva essere immortale; lei, la luna, mortale. Allora Selene chiamò in causa Zeus perché il tempo lasciasse il suo amato eternamente bello, senza distruggerlo. Il padre di tutti gli dèi la accontentò: e toccandogli gli occhi con due papaveri li sigillò per sempre.
Endymion dorme da tempi immemorabili. Selene giace con lui ogni notte da allora. “Magari” gli dice “potessi avere da te la parola amore… Ma tu non puoi goderti la tua eternità.” Intanto, il pastore dall’infinita bellezza sogna; e in ogni vita creata dall’illusione c’è ciò che ha vissuto prima che Selene, la figlia del titano Iperione, la sorella del Sole, ne reclamasse la giovinezza.

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