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Orange Is [still] The New Black

Cecilia Abbriano | Intrattenimento, Serie tv   8 Agosto 2018   4 min.

 

Il 27 luglio Netflix ci ha benedetti, rilasciando finalmente la nuova stagione di Orange Is The New Black. Senza dubbio una delle serie più note prodotte dalla piattaforma e sicuramente la più longeva. Si potrebbe dire che le due siano nate e cresciute insieme. Orange è infatti stata la serie di punta di Netflix fin dal 2013, quando tutti stavamo ancora cercando di capire come funzionasse questo innovativo modo di distribuzione online di produzione cinematografica e televisiva, che avrebbe in poco tempo rivoluzionato il nostro mondo. Eccoci allora qua, frementi, chi più chi meno, per questa sesta stagione che, senza fare spoiler, posso garantirvi non ha deluso le aspettative del suo vasto seguito. La forza di questo show permane nel corso di tutte le stagioni, non scade mai nella banalità e riesce sempre a toccare nuove tematiche di forte rilievo globale. Sappiamo che oggigiorno non è facile non ripetersi ed è ancora più difficile mantenere l’interesse del pubblico. Tanto di cappello, quindi, a sceneggiatori e produttori che hanno fatto sì che le vicende all’interno di Litchfield ci toccassero così nel profondo da non poter indugiare più di qualche giorno prima di divorare i nuovi episodi.

Certo però, con tutto quello che è successo dentro quel carcere si fa fatica a tenere il passo e a ricordare tutto. Io, in primis, ho avuto bisogno di un recap delle stagioni precedenti per non trovarmi troppo disorientata. Cerchiamo allora di fare un punto della situazione insieme, pur consapevoli che ci perderemo qualche pezzo per strada.

 

 

Dove eravamo rimasti? Al RIOT. Avevamo lasciato le nostre forti e inarrestabili donne di Litchfield sul finire della rivolta che aveva portato le detenute a prendere il controllo del carcere, tenendo in ostaggio le guardie, tentando di giungere a patteggiamenti con le forze dell’ordine. Purtroppo, come già intuibile dal finale della quinta stagione, nessuna delle richieste e speranze delle detenute si concretizzerà. Anzi, se possibile, le cose si complicheranno ancora di più. Ma vi ricordate come si è arrivati alla rivolta?

Ebbene, dopo una lunga quarta stagione caratterizzata da plurimi abusi e atti di violenza delle nuove guardie, la maggior parte inesperte, nei confronti delle detenute, si arriva infine alla goccia che fa traboccare il vaso. Una delle detenute (che manterremo anonima per non rovinare il finale di stagione a chi è rimasto indietro) viene ingiustamente e involontariamente uccisa da una delle nuove guardie. Il fatto, oltre a determinare la definitiva dipartita di uno dei personaggi preferiti di tutta la serie, marca un punto di non ritorno. Le violenze subite fino a quel momento riecheggiano nella testa di tutte, mentre assistono impotenti alla morte della loro compagna. Il forte senso di disgusto e rabbia pervade ognuna di loro e insieme, senza più distinzioni tra nere, bianche e latine, si alleano contro il nemico comune, dal quale pretendono giustizia.

Fa strano pensare che si possa essere arrivati a tanto, quando all’inizio della terza stagione i problemi erano ben altri. Certo, come sappiamo, il dramma è sempre presente tra le mura del carcere ma, così com’è stato fin dalle prime stagioni, le guardie non sono figure poi troppo distanti dalle detenute. C’è chi si mette in società con loro, chi si fa facilmente comprare e chi chiude amorevolmente un occhio davanti piccoli atti vandalici per salvaguardare le detenute stesse. Addirittura, c’è chi si imbarca in complicatissime relazioni amorose, dalle quali nasceranno non solo guai ma anche bambini, dai quali sarà difficile separarsi e per i quali ogni madre farà di tutto pur di riabbracciarli.

Ed è proprio sulla figura materna che trova il suo fulcro la seconda stagione. Una nuova detenuta senza scrupoli, ci mostrerà come approfittarsi delle debolezze e dei legami affettivi, che vengono spesso a mancare all’interno di un carcere, per i propri interessi. La sua intricata rete di manipolazioni scatenerà una vera e propria guerra tra bande per ottenere il controllo degli affari di Litchfield. Dopo tanto spargimento di sangue e vittime innocenti però, anche chi fu manipolato apre gli occhi e realizza che tutti quegli orrori sono causa di un solo male, o meglio, in questo caso, di una sola persona. Così, una volta abbandonata anche dalla più fedele delle “figlie”, ormai da sola contro l’intero carcere, non può fare altro che tentare la fuga. Ma, sebbene possa sembrare in un primo momento, che riesca a farla franca, il karma arriva senza preavviso a imporre la sua imparziale giustizia. E posso assicurarvi che la sua fine, come insegna la legge del contrappasso di Dante, sarà tutt’altro che lieta.

Bene, si parla di fine ma, vi ricordate com’è iniziato tutto? Come si è arrivati a conoscere piano piano le detenute del carcere di Litchfield e le loro storie?

 

 

Tutto ha inizio da Piper Chapman (Taylor Schilling). Eh già, perché la primissima storia che ci viene raccontata è proprio la sua. La vita perfetta di Piper crolla nel momento esatto in cui viene condannata a quindici mesi di carcere per un crimine commesso dieci anni prima, per amore della sua ragazza di allora, Alex Vause (Laura Prepon), che ritroverà, con sua grande sorpresa, a Litchfield. Inizialmente sopravvivere in carcere non sarà facile per la biondina. Il suo bel visino, all’apparenza fragile ed ingenuo, da ragazza bianca privilegiata non l’aiuterà a fare amicizia. Ma, nonostante continui a sostenere di essere diversa da tutte le altre detenute, scoprirà a poco a poco di essere in realtà più simile a loro di quanto pensi e si ritroverà presto a far parte delle dinamiche del carcere, arrivando perfino a pestare a sangue qualcuno nel finale della prima stagione. Almeno questo non è uno spoiler, vero?

 

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