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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Risponde Emma

Lucia Battistel | Email alle donne di carta   3 Agosto 2018   9 min.
E-mail alle donne di carta - Lucia Battistel - racconti, storie, lettere, email

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Cara Emma,

Non pensavo che la domanda “Come stai?” potesse mai pesarmi così tanto. È una piccola tortura quotidiana cui la gente mi sottopone involontariamente più volte nell’arco della giornata. Mamma me lo chiede con sincero interesse mentre facciamo colazione, leggendo negli occhi semichiusi e le ciglia impastate l’ennesima notte insonne. La mia compagna di corso me lo chiede in fila per le macchinette, curiosa di sapere come va con il ragazzo che ho conosciuto da poco. Persino il tizio della lavanderia me lo chiede, per circostanza, quando gli affido le camicie di papà macchiate di vino rosso. È una domanda semplicissima e non di grandi pretese, eppure ogni volta che mi viene posta sento come se mi stessero grattando via la crosta da una ferita che sto cercando di ignorare. L’invito è ad analizzare nel raggio di tre secondi massimo la panoramica delle recenti esperienze, e riassumere il tutto in un breve “bene” o “male”, o in un più prudente “abbastanza bene”, seguito da un “grazie” per l’interessamento. Ma a me questa breve analisi costa troppa fatica; fermarmi a pensare anche solo per un attimo a quello che è successo è un po’ come riviverlo. Dicono che è normale, dicono che è il naturale corso delle cose, dicono quanto sia fondamentale rielaborare un lutto, una perdita, un trauma… ma che vada al diavolo la rielaborazione! All’inferno ci sono già stata, non voglio tornarci un’altra volta nemmeno per una perlustrazione veloce a bocce ferme. Piuttosto, voglio la dimenticanza, e, dove questa non è possibile, la fuga. Di solito per scappare, non potendolo fare fisicamente (non ho i soldi necessari per progetti più ambiziosi di gite fuori porta in giornata), mi rifugio in uno scenario tutto mentale, creato da me e per me. Lì le persone che dicono di volerti bene restano davvero per sempre, tutti mantengono le loro promesse e ti amano come tu ami loro: è una dimensione ovattata dal sapore dolcissimo. Per alimentare la mia fantasia passo delle ore nella biblioteca di quartiere, la mia isola felice, divorando un libro dietro l’altro. I miei preferiti, e un po’ mi vergogno a dirlo (ragion per cui, tra l’altro, vado in biblioteca e non li compro in libreria), sono quelli per bambini, riposti sul quinto scaffale sulla destra: hanno le pagine tutte colorate e di carta plastificata, piacevole da toccare e annusare. Nelle favole trovo tutto quello che vorrei trovare qui nella realtà: una serenità diffusa e assicurata. Non importa quante peripezie la principessa o il cavaliere o lo stregone siano costretti ad affrontare, si sa che ne usciranno sempre incolumi: è questa garanzia di un lieto fine che rende storie del genere così appetibili ai miei occhi. Ne ho parlato con la psicanalista, e lei ha fatto il tuo nome. Cioè, in realtà non ti ha nominata direttamente, ma dopo aver ascoltato la mia storia ha detto sottovoce: “Maledetto bovarismo”, e non so nemmeno se sa che l’ho sentita. Poi ha scritto qualcosa sul suo bloc-notes e ha scosso la testa corrugando la fronte. Dopo la seduta, ho fatto le mie ricerche: in pratica chiamano così la “malattia” di chi non sa stare al suo posto nella realtà e se ne ritaglia uno per sé in un mondo inventato, magari quello che trova sui libri. Persone, insomma, proprio come te e me, delle disadattate con tanta fantasia. Mamma mi dice che a furia di fare così verrà il giorno in cui la realtà dei fatti mi verrà sbattuta in faccia, e sarò costretta ad affrontarla di petto tutta insieme: mi investirà con la forza di un reggimento di duemila soldati. Mi dice anche che è meglio mandar giù giorno per giorno il dolore in piccole dosi, e non accantonarlo per sorbirselo poi tutto in una volta. In pratica, se ho capito bene, quello che mi viene chiesto di fare è duellare corpo a corpo con un solo soldato al giorno, e non fuggire dal campo di battaglia. Insomma, tutti vogliono obbligarmi a tenere i piedi per terra, ma a me piace così tanto vivere sulle nuvole. Mi tirano per le braccia perché vogliono che io scenda, ma da quassù è tutto più sopportabile. Che fare?

Sissi

 

Cara Sissi,

Non ti devi vergognare di quello che fai, se questo ti fa stare bene. L’importante è capire se il sollievo che ne ricavi sia qualcosa di duraturo o meno; non credo esistano anestesie che mantengano per sempre il loro effetto. Non affronti i soldati ad uno ad uno perché sei convinta che a furia di posticipare la battaglia si finirà per non farla? O forse scappi da questa sfida di tutti i giorni perché sei consapevole che non hai e non avrai mai il coraggio di affrontarla e prenderla di petto, ma sai che arriverà il momento di doverlo fare?

È curioso il tuo attaccamento all’infanzia, e in parte condivisibile, anche se non da me. Per quanto mi riguarda, penso infatti che il mondo dei bambini sia qualcosa di realizzato a metà, di non-finito, di potenziale, e quindi per niente desiderabile; nei primi anni della nostra vita non viviamo che pallide rappresentazioni di quelle che saranno, a mio parere, le vere emozioni future. Anni fa la vergogna era quella cosa che sentivi quando qualcuno ti sorprendeva a fantasticare e parlare con te stessa camminando avanti e indietro per la tua cameretta. Allora un’ondata di calore ti attraversava il corpo per poi condensarsi sulle guance, e i pomelli rossi che ti bollivano sugli zigomi ti rendevano ancora più adorabile agli occhi di chi ti aveva “scoperta”. È ben diversa dalla vera vergogna che si prova da grandi, quando per esempio ti vedono con un uomo che non è il tuo; fantasticare non è un’illiceità morale e quindi qualcosa per cui davvero sentirsi colpevoli, mentre l’adulterio sì. Stesso discorso per la tristezza: la desolazione che un bambino prova nel perdere il suo giocattolo preferito non è che un’ombra, un’anticipazione di ciò che sentirà da grande a vedersi scivolare dalle mani la persona che ama. Il bambino pensa che sia vera tristezza, ma quello che prova è in realtà solo una seccatura momentanea di poco conto, dal momento che si scorda presto del giocattolo perso quando la mamma per consolazione gliene indica uno nuovo nella vetrina del negozio, promettendogli di comprarlo. Con le persone grandi non funziona esattamente così. La gioia stessa è tale solo quando si ha la maturità sufficiente per saperla apprezzare e riconoscere chiaramente: quella vera non è certo il permesso di fare un ultimo giro di giostra, o comprare un palloncino colorato. Certo, nella vita è tutto relativo, ma quello che intendo dire è che i bambini hanno una scala di valori tutta loro, che non si avvicina minimamente a quella reale. Non credi che se i bambini fossero già perfetti di per sé e avessero già esperienza di tutto, noi ci fermeremmo al loro stadio senza crescere? E invece no, l’infanzia è un rito di passaggio, una fase transitoria, una prova in anticipo del mondo vero dei grandi. Nonostante questo, tu la rimpiangi, e vorresti vivere in un sereno mondo fatto di colori pastello dove è lecito cambiare il proprio nome con quello di una principessa (mi scrivi con uno pseudonimo, vero?). Ma, pensandoci bene, baratteresti mai un’emozione autentica con una mezza-emozione, di qualunque natura essa sia? Rinunceresti del tutto allo sfibrarsi del cuore per un addio d’amore e preferiresti piuttosto dispiacerti per un giocattolo andato perduto? Sapresti bene anche tu che un pezzo di plastica non vale niente rispetto ad una persona in carne ed ossa, e non avrebbe senso struggersi per qualcosa che non è in grado di risponderti e corrisponderti. Sceglieresti davvero di passare i tuoi giorni invulnerabile sotto una campana di vetro vivendo a metà, rinunciando ad andare disarmata ma libera per il mondo con il rischio di farti uccidere ma anche farti amare per davvero? Per queste che chiamo “mezze-emozioni” e molti altri motivi, tra cui la grande noia del dover passare le vacanze estive con i miei genitori nella villa in Provenza piena di api e lavanda (il cui odore mi disgusta), non rimpiango la mia infanzia, perché non ho mai desiderato vivere come i bambini. A me il loro mondo edulcorato è sempre stato stretto.

Troverai allora incredibilmente buffo il fatto che, una volta cresciuta e ormai sistemata con Charles, uomo che mi amava non riamato, sentivo come se quel noioso stato di cose si stesse protraendo nel tempo senza lasciarmi la possibilità di vivere per davvero. Sentivo come se Dio, o chi per esso, non mi stesse mettendo alla prova abbastanza, forse perché non sicuro delle mie capacità, non conscio della mia forza. Qualcuno da lassù mi trattava ancora come una bambina, non mi considerava in grado di sostenere grandi dolori e grandi gioie. Mi sembrava di non poter aspirare a qualcosa di più di una calma noiosa. Mi capitava di urlare qualcosa al cielo, imprecare contro chi ci abita, e sfidarlo a mandarmi qualcosa da vivere davvero, qualche emozione di qualsiasi tipo, sia anche un ostacolo contro cui struggermi. Sono sempre stata pronta a farmi colpire dal mondo, a sentirmi battere forte il cuore per amore e farmi strappare i capelli dal dolore. Ma niente di questo è mai capitato da sé, quindi sono stata costretta a forzare le cose, a prendermi da sola ciò che volevo: la parte di grandi colpi al cuore che mi spettava.

Misi in atto il mio piano a poco a poco. Una delle prime notti di nozze non riuscivo a prendere sonno, così mi alzai dal letto; erano circa le quattro. Indossate le pantofole uscii di casa, ancora in vestaglia. Guardai la luna alta nel cielo e sognai l’uomo della mia vita, come avevo visto fare nei romanzi romantici che avevo letto da ragazzina. Vedendomi lì tutta sola a quell’ora della notte, il misterioso uomo sarebbe arrivato a prendermi e mi avrebbe portata via con lui. Del suo nome mi avrebbe rivelato solo l’iniziale, la F., e avrebbe avuto il tipico fascino degli stranieri o di un qualche bandito dal volto coperto. Una volta puntati su di me i suoi occhi scuri, mi avrebbe tirata per il braccio, stringendo la mia carne con le sue mani venose segnate dal rosso di qualche rissa recente. Quella notte promisi a me stessa che avrei cercato e creato tutte le grandi emozioni di cui avevo bisogno per sentirmi viva. Mi sedetti sulle scale dell’ingresso assaporando quella fantasia proibita finché la mano sudata di Charles, che mi toccò il collo nudo, mi riportò alla noiosa realtà. “Emma è notte fonda, cosa fai?”, mi chiese con un sorriso ebete e occhi assonnati da bue. “Lasciami! Non ce la fai a stare un attimo da solo?” risposi io con una smorfia sdegnosa. Nuovamente sola, e sollevata nel sentire il fastidioso ronzio del russare di Charles nella camera da letto, presi il romanzo d’amore che ero riuscita a procurarmi poco tempo prima e mi immersi nella lettura perdendo la cognizione del tempo. Seduta sul divano del salotto, ero da tutt’altra parte. Charles era ora un bellissimo forestiero dagli occhi bruni e la pelle scura che mi avrebbe presa tra le sue braccia, una volta coricatami accanto al suo corpo caldo. Quasi senza accorgermene iniziai ad accarezzare il tessuto del divano e presi in mano un cuscino premendolo contro il petto, e lo strinsi fino ad infilare le mie unghie nella piuma. Non molto tempo dopo diedi concretezza ai miei sogni intrecciando pericolose relazioni clandestine: prima lo sprovveduto Léon con cui giocai a fare la mangiatrice di uomini, poi Rodolphe, per cui fui solo un nome da aggiungere alla sua lunga lista di conquiste. Finalmente amori fatti per me: folli, smisurati, sfiancanti, che avrebbero lasciato me e il mio amante come reduci di guerra stravolti dal tanto combattere. Certo, legami di questo tipo hanno sempre un epilogo tragico, ma io ho pagato di buon cuore il prezzo di tanta intensità, anche quando c’era in gioco la mia vita. Lo sai bene, immagino, che fine ho fatto. Dopotutto una vita come quella che mi ero creata non poteva che terminare con un’abbondante dose di arsenico. Nella mia lunga agonia mi ricordai di Jacques, il lattaio del mio paese. Un giorno, devo aver avuto sette anni, era circolata in paese la scabrosa notizia del suo suicidio. Era un uomo sulla cinquantina, brizzolato, basso e tozzo, che aveva grosse mani inanellate compromesse dall’artrite e macchie marroncine di vecchiaia. A quel tempo non capivo bene cosa fosse successo, e non arrivavo a comprendere cosa potesse spingere qualcuno a puntarsi un’arma alla tempia, ma ero già morbosamente affascinata da quel gesto così estremo, così teatrale. Allora pensai che Jacques avesse fatto della vita tutt’altra esperienza, e percepivo il grande scarto che c’era tra me e lui. Prima di chiudere per sempre gli occhi, a ripensarci con la mente febbricitante e profetica tipica dei soli morenti, la differenza tra me e lui si era annullata: avevamo entrambi vissuto troppo.

Come avrai capito, tra me e te non vedo tutta questa gran somiglianza, e ti sento molto distante, nonostante ti attribuiscano un disturbo della mente che porta il mio nome. Ma tu vuoi una vita tranquilla, cerchi la luce in fondo al tunnel; io invece ho disperatamente cercato una vita movimentata, costellata di amori morbosi, di passioni travolgenti, di morti atroci. Una vita, insomma, dove tutto diventa un evento da raccontare, da esibire. A differenza tua, sono sempre vissuta nella luce: ho avuto mio malgrado una vita sfacciatamente lineare, prima di andare a caccia di tempeste. Invece di uscire dal tunnel, ho sempre desiderato entrarci. I nostri scopi come vedi sono ben diversi, oserei dire opposti. L’unico punto che abbiamo in comune è il mezzo che utilizziamo per raggiungerli: la lettura, via di fuga verso luoghi impalpabili dove le realtà che abbiamo sempre desiderato trovano una loro realizzazione, e sono costantemente alimentate.

Se solo potessi, caricherei sulle mie spalle la tua sofferenza, mi prenderei anche la tua parte di dolore. E sono sincera: non lo farei per darti sollievo, ma egoisticamente per riportarmi in vita per un po’. Hai capito bene: anche i giorni di dolore sono giorni di vita, anzi, nella loro intensità sono giorni di vita ancora più di quelli di gioia. Se potessi, fermerei i soldati in carica contro di te perché si accaniscano contro di me, e sguainerei la mia spada ogni giorno con la stessa determinazione del primo, combattendo le tue battaglie come se fossero le mie. Ma, come ben sai, ciò non è possibile. Prenditi pure i tuoi diversivi, leggi, continua a riparare nella tua isola felice, ma scendi in campo al più presto, anche se hai in mano armi di fortuna e ti senti impreparata. Alla fine di tutto, questi giorni di monotona calma che ora ti sembrano tanto desiderabili ti appariranno piatti e inconsistenti e farai fatica a distinguerli l’uno dall’altro. Il giorno che avrai deciso di affrontare la tua battaglia, invece, qualunque sia l’esito, ti sentirai davvero viva e fidati, non c’è niente di più impagabile. Perché è proprio questo che siamo chiamati a fare: cercare la vita dovunque in questo mondo e confermare tutti i giorni la nostra presenza nel posto dove siamo, sia anch’esso l’inferno.

Emma Bovary

 

 

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