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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Eco

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   2 Agosto 2018   5 min.

 

“La benevola Hèra, la regina degli dèi, mi ha concesso, dopo millenni e millenni vissuti nella mia maledizione, di parlare liberamente, così che possa raccontare al mondo la mia storia. I poeti, non so per quale via, l’hanno diffusa già molti secoli fa, e sono sicura sia giunta anche a voi. Ma ora che non sono più costretta a ripetere le ultime sillabe delle parole che passano per le mie orecchie, ecco, voglio essere io la mia stessa poetessa.
Il racconto della mia vita sarà breve. Appartengo alla stirpe delle Orèadi, le ninfe che regnano sulle montagne. Esattamente, un tempo ero anch’io una ninfa; ora non possiedo più nessun corpo da potervi mostrare, e andando avanti capirete il perché. Quello che mi rimane non è che il nome di un suono che ritorna: Eco.

Il monte Ida era la mia casa. Da quando sono nata ho trascorso lì le mie giornate, insieme alle mie tante sorelle, insieme agli animali docili che si posavano sul nostro grembo per addormentarsi, insieme ai pastori che qualche volta aiutavamo nel radunare le greggi; a volte ci ritiravamo con qualcuno di loro e facevamo l’amore. I pastori non erano gli unici che si concedevano a noi. Un giorno passò di lì Zeus in persona. Vedendo una delle mie sorelle s’innamorò di lei, e non poté resistere alla sua bellezza. Ma in quel momento non avrebbe potuto fare nulla: aveva infatti saputo, dalla voce del vento, che sua moglie Hèra lo stesse cercando e che presto l’avrebbe raggiunto. Siccome io ero nei paraggi, mi incaricò di fermarla, se l’avessi vista, con qualunque mezzo. Io non ero che una ninfa, e tutto ciò che possedevo era la mia bella voce. Così, quando vidi la regina degli dèi con il suo sguardo intento nella ricerca del consorte – uno sguardo talmente tetro da farmi indietreggiare più volte – mi precipitai da lei e, non osandola guardare in volto, la lodai per la sua bellezza, per la sua intelligenza, per la sua capacità di aver tenuto testa, in tanti anni di matrimonio, a un marito fannullone e fedifrago come Zeus. Nonostante l’ostilità iniziale, cedette facilmente alle mie lusinghe e rimase lì ad ascoltarmi. Quando poi Zeus, sotto forma di aquila, prese il volo dalle fronde degli alberi nei quali si era appartato con mia sorella, Hèra lo riconobbe e capì che io ero stata sua complice. Gli occhi che si erano tanto compiaciuti delle mie lodi esagerate divennero neri di furore. Ero terrorizzata; e avevo ragione. Fu da quello sfortunato momento che iniziarono le mie maledizioni. Giacché avevo usato la mia voce d’argento contro una divinità potente, ne avrei perso per sempre l’arbitrio: i miei unici suoni sarebbero stati le ultime sillabe delle parole che avrei ascoltato. La condanna di Hèra mi aveva macchiata per sempre. Così fuggii; lasciai il monte Ida, la mia cima, i miei alberi… lasciai il mondo che mi aveva generata per il disonore di essere stata empia.

Vagai per le foreste, lontana sempre di più dalla vita. Ogni volta che un suono giungeva al mio orecchio, ecco che la mia bocca, da sola, emetteva le sue parole dannate. Non potevo più ascoltare il canto degli uccelli, perché le mie labbra lo ripetevano in maniera sgraziata; nemmeno ai fiumi o ai ruscelli mi avvicinavo più, se non per bere, perché la melodia delicata dell’acqua che scorre è bella soltanto se sono le onde a diffonderla nell’aria. Un pomeriggio d’estate, quando il sole mi faceva pesare ancora di più le ore passate a camminare sotto di lui, presa dalla stanchezza e dalla calura, cercai un corso d’acqua per rinfrescarmi. Sapevo di non esserne molto lontana. Così affrettai il passo verso il suono che sembrava condurmi a una sorgente; il fatto che le mie labbra seguissero a modo loro quella melodia non mi dava fastidio. Avevo soltanto bisogno di acqua e di riposo. E non molto camminai, che la sorgente mi apparve come una visione mandata dagli dèi. Con un ultimo slancio, mi gettai in ginocchio ai piedi della roccia da cui scaturiva il fiume, presi un po’ d’acqua tra le mani, ne bevvi un sorso e mi bagnai il viso. Non potevo immaginare che quello sarebbe stato il mio ultimo attimo di sollievo.
Non mi ero accorta di non essere sola: mi voltai quando udii un sospiro trascinare con sé delle parole molto dolci. Ah, come potrei descrivervi la bellezza di quel giovane che si stava specchiando ai lati del neonato ruscello, senza notare che intorno a lui un’intera Natura intesseva le sue lodi? Fino ad allora non avevo conosciuto l’uomo. I pastori che dalle pendici dell’Ida risalivano i pascoli con le greggi e si appartavano tra gli alberi insieme alle ninfe erano degli esseri tremendamente volgari. Lui era bello come un dio. La sua pura giovinezza, sono sicura, non aveva ancora conosciuto gli aspetti più rozzi dell’amore. Mi innamorai dei suoi occhi e dei suoi capelli nel primo istante in cui lo vidi; stava piangendo da solo, guardando il riflesso che forse non poteva nemmeno consolarlo. Volevo essere io a consolarlo; ma quando mi alzai per andare verso di lui, mi ricordai che le mie parole non mi appartenevano più, che una sola carezza non sarebbe bastata a placare la sua tristezza. E la sua tristezza corrose anche il mio cuore. Muta, o ripetendo i suoni che giungevano al mio orecchio, stavo a guardarlo giorno dopo giorno. Morivo dalla voglia di sapere cosa distruggeva il suo animo, cosa lo teneva tanto lontano dall’amarmi. E un giorno capii che anche lui, come me, e molto prima di me, pativa per il troppo amore. Avevo scoperto il nome del ragazzo che non lo ricambiava. Si chiamava Narciso; quella parola, quel suono così melodioso da meritare il suo amore, lo ripeteva spesso tra le lacrime. Ma il nome del mio amato mi era ancora oscuro, così come mi era oscuro il motivo per cui era sempre lì, in quel punto, a specchiarsi.
Molte cose avrei voluto chiedergli, se solo avessi potuto farlo! Non potevo chiamarlo, invitarlo a voltarsi verso di me e aspettare che se innamorasse davvero. Era tanto occupato dall’amore per Narciso, che non ascoltava i miei piedi camminare sull’erba dietro di lui, o il cinguettio del passero ripetuto dalla mia bocca; non sapeva neanche che fossi lì, giorno e notte, logorandomi poco a poco per un amore non ricambiato, proprio come lui! Avrei dato la mia vita perché sapesse di me. Ma no, no. Lui doveva pensare soltanto a quel Narciso, doveva distruggersi e far distruggere anche me.
Arrivò il giorno in cui sentii il mio corpo mancare. Ero ridotta, ormai, a un cumulo di polvere: non avevo toccato cibo, o acqua, né avevo preso sonno dall’incontro fatale con lui, mia vita e mia morte. Sapevo che mi sarei dispersa nel vento molto presto. Fino a quel momento ero stata debole: avevo accettato la mia prima punizione e avevo accettato la seconda. Non ero più disposta a fare sacrifici. Così presi le mie poche energie e, voltando lo sguardo al cielo, raccolsi i miei pensieri e invocai Nemesi, la dea della giustizia, perché lanciasse i suoi spergiuri su quel Narciso che teneva me e il mio amore lontani l’uno dall’altra. A quel punto, consapevole che la mia vendetta si sarebbe realizzata, pensai di spirare. Gli occhi mi si chiusero. Non so come, ma mi ritrovai a vagare coi venti tra le mie montagne, tra i mari che riflettono tramonti meravigliosi, tra le città degli uomini e le dimore degli dèi, senza il mio corpo, senza la mia voce, ripetendo soltanto quello che sentivo intorno a me. E tutto questo, in solitudine, fino a quando Hèra ha deciso che la mia pena dovesse avere una fine, almeno in parte. Ora ho di nuovo la mia voce d’argento. Il vento la trasporta con me, e ogni volta che lo desidera racconto anche a lui la mia storia.

Ogni notte, quando lui si placa per farmi addormentare, alzo i miei occhi, ormai invisibili, e guardo le stelle. Prima di prendere sonno mi tornano in testa sempre gli stessi pensieri: non so se alle mie sorelle io possa mancare, non so se il mio amore abbia continuato a distruggersi, se il vento lo abbia accolto come me tra le sue braccia; se lo incontrerò, un giorno, e potremo amarci anche se sono solo un nome.”

 

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