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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Lucido

ilRaccoglitore | Racconti   26 Luglio 2018   8 min.

 

Con le lenti degli occhiali da sole pulite pochi secondi prima, era impossibile che Domenico non notasse che suo zio Antonio si scaccolava animatamente, mentre la bara gli passava accanto.

Certo, il fratello di sua madre non aveva mai avuto fama di persona linda – non per niente in paese era conosciuto con l’appellativo di zuzzuse –, ma almeno al funerale del proprio padre avrebbe potuto darsi un contegno. E invece continuava a raspare con il pollice l’interno delle narici per estrarre ogni residuo, ormai vittima delle sue cattive abitudini.

Era improbabile, d’altronde, che le cattive abitudini potessero sparire proprio in quel frangente. Per Domenico era il funerale di suo nonno, per tutti gli altri quello di Mimmo il calzolaio, e per molti una seccatura inevitabile. Erano le tre di un pomeriggio di fine luglio al Sud. Il corteo in abiti scuri aveva dovuto risalire tutta la collina per arrivare alla piccola chiesa. In tanti erano partiti con le migliori intenzioni, vestiti e sistemati a dovere, per poi arrivare nel piazzale in cima con le facce già distrutte dall’afa e gli abiti che cominciavano a sformarsi per i litri di sudore.

Domenico, nonostante la stanchezza del viaggio, aveva preso le dovute precauzioni: aveva fatto una doccia poco prima di uscire, si era ricoperto di deodorante e si era tenuto all’ombra degli alberi. Nonostante il completo Armani, il suo corpo era asciutto. Era il più decoroso.

Mentre la bara passava lenta tra due mucchi di folla, sistemati ai lati del portone della chiesa, si guardò intorno. Gente che si grattava via la forfora; donne che si passavano l’indice sul labbro superiore con voluttà, per poi poggiare la mano sull’amica di fianco; aveva visto più di uno sputare muco sul fazzoletto e ammirare l’opera, prima di ripiegarlo con soddisfazione e rimetterlo in tasca. Persino sua madre continuava a passarsi la mano sulla nuca e ad asciugarsi sul vestito, convinta che nessuno la vedesse.

Che schifo, pensò.

Abbassò lo sguardo, cercando conforto nelle sue scarpe. Neanche la ghiaia aveva osato posarsi su quel nero immacolato, sul frutto del duro lavoro che sempre vi dedicava.

Erano pulite, come niente lo era intorno a lui.

 

Quando era arrivato a casa dei suoi dall’aeroporto, non aveva potuto evitare i convenevoli: l’abbraccio di sua madre – lacrime sul bavero della sua giacca –, le pacche di suo padre sulla spalla, i baci dei vari parenti – saliva non voluta e strisciate di rossetto. Era riuscito a sfuggire all’odore di troppa gente solo con la scusa della stanchezza.

Aveva poi sistemato con precisione fogli di giornale sul davanzale della finestra, il lucido Delara – uno dei migliori sul mercato, consigliato dal suo calzolaio di fiducia a Milano – e una spazzola di crine nuova.

Nonno Mimmo gli aveva insegnato che è un’operazione da non compiere mai con i vestiti puliti addosso. Aveva quindi recuperato dall’armadio della sua vecchia camera la divisa da calcetto. Era solo un ricordo d’infanzia: nessuno l’avrebbe più usata. Mettere il suo completo Armani sarebbe stato un peccato mortale. E poi, doveva pur sempre indossarlo al funerale di suo nonno.

«Tutto a posto?»

Aveva sentito i tacchi bassi di sua madre salire le scale. Non si era voltato. Aveva steso accuratamente il lucido sulla punta della scarpa sinistra.

«Sì, mamma».

«Com’è andato il viaggio?»

«Bene».

«Hai mangiato?»

In aeroporto aveva trovato solo brioche grondanti burro, la cui crema gli sarebbe sicuramente finita sulla camicia. Aveva rinunciato, buttando giù di colpo un caffè bruciante.

«Sì, qualcosa prima di partire», rispose.

«Hai fatto bene».

Domenico aveva guardato il riflesso di sua madre nel vetro doppio. Poi aveva afferrato la spazzola di crine e dato il primo colpo proprio sulla punta.

Sua madre gli si era avvicinata di un altro passo, mentre lui cominciava a spazzolare un lato della scarpa.

«Vedi che giù c’è zia Maria che ti vuole salutare».

«Chi?»

«Zia Maria, la cugina di nonno, quella che sta in città…»

«Mamma, non la conosco». Domenico aveva sfregato sulla pelle con più vigore.

«Ma come? Zia Maria, che abitava alla strada dietro il panificio, la cugina di nonno, la mamma di Teresa, quella che ha battezzato…»

«Ah, sì, ora mi ricordo», la interruppe lui.

Balle.

Se non l’avesse fermata, gli avrebbe elencato tutto l’albero genealogico. Era già difficile pensare di passare tutto il pomeriggio a sopportare innumerevoli zie Maria. Lo attendevano dentiere gialle, pelle cadente e unghie annerite.

A che ora è il volo di ritorno? pensò.

«Ti ricordi, eh? Che da piccolo ti portava sempre a comprare i pistacchi salati, e tu li mangiavi tutti e poi ti pulivi addosso…»

Domenico stirò un sorriso e finse di dover guardare la scarpa attentamente. Il pensiero di macchie di unto sulle mani e sui vestiti lo fece rabbrividire.

«Ti piace la bara che abbiamo scelto?»

Lui diede un colpo più forte con la spazzola.

Sua madre adesso sbucava dal suo braccio sinistro. Continuò a guardarla in tralice dal riflesso del vetro. Non gli arrivava nemmeno all’ascella. Aveva tentato di coprire, maldestramente, il viola sotto gli occhi. L’odore della lacca sui ciuffi radi e bianchi era così abbondante che riusciva persino a coprire quello del lucido.

Domenico sospirò: «Sì, mamma. Molto elegante». Aveva cominciato a incipriare anche l’altra scarpa.

Lei aveva esitato un momento. Poi gli aveva sfiorato la spalla con la mano: «Lucidi le scarpe come tuo nonno».

Domenico si era fermato. Sua madre aveva ripreso la strada per il piano di sotto. Il ticchettio delle scarpe si era allontanato insieme all’alone, pesante, di lacca.

Per un attimo, la sua mente aveva proiettato sul vetro l’immagine di nonno Mimmo avvolto nel raso della bara. Era durata un secondo. Poi era rimasto solo il suo riflesso: un uomo in divisa da calcetto con una scarpa elegante in mano.

Domenico aveva ripreso i movimenti, li aveva accelerati, finché anche la scarpa destra non era diventata come nuova.

La guardò da ogni lato. Era soddisfatto. Non gli rimaneva che cambiarsi. Magari mettere su una lavatrice. Sulla vecchia maglia da calcetto, poteva già sentire la macchia lasciata dalla mano sudata di sua madre.

 

«Amen».

Al coro sommesso, Domenico smise di fissarsi le scarpe.

Poi la bara entrò, inghiottita dall’ombra, e il prete dietro di lei. Fu il segnale: tutti scapparono, con la velocità concessa dalla decenza, alla soglia della piccola chiesa.

Ai funerali in chiesa erano tutti pronti a vendere l’anima al diavolo per accaparrarsi i posti migliori, dietro ai parenti del defunto. Significava dare per primi le condoglianze alla fine del rito, per andare incontro alla libertà delle proprie faccende. Un brutale tutti contro tutti, senza esclusione di colpi.

Domenico cominciò a sentire l’aria più densa, i corpi schiacciati l’uno sull’altro, gli aliti pesanti sulle spalle, sui polsi, persino sulla faccia. Un nugolo di profumi lo avvolgeva, creando una puzza immensa, un conato che gli fece desiderare di non essere lì, in mezzo a quella melma, in mezzo a gente che non conosceva, che non voleva conoscere, che lo stava sporcando, voleva solo essere avvolto dall’aria condizionata dell’aeroporto, voleva solo aspettare il volo verso casa…

«Vieni, Mimmo», disse sua madre, e gli poggiò sulla manica della giacca la mano destra.

Impregnata di sudore. Sporca. Vecchia.

Suo nonno avvolto nel raso.

La mano sporca di sua madre.

Non riuscì a dire niente. Inghiottì aria, staccò il braccio da quella presa e arretrò fino a uscire dall’ammasso di gente, allontanandosi in direzione opposta alla piccola chiesa.

Stava per scendere dalla collina, quando sentì qualcosa di pesante sbattere contro la scarpa destra.

Si immobilizzò. Abbassò lo sguardo.

Quello che stava rotolando via dal suo piede era un pallone. Era mezzo rotto e si intravedeva ancora il bianco originario sotto il grigio che lo circondava.

E aveva impresso una macchia di terra sulle scarpe pulite.

Domenico sentì un calore improvviso diradarsi da un punto imprecisato sotto la gola fino alla fronte. Chiuse i pugni.

«Signo’, mi passate il pallone, per favore?»

Una voce gli aveva bloccato l’urlo furibondo. Coi denti digrignati, i pugni stretti e gli occhi a palla, Domenico guardò il punto da cui era venuta.

Un ragazzino veniva verso di lui correndo. Per un attimo, Domenico temé che gli cadesse addosso; ma quello si fermò a qualche passo da lui, ansimando.

Poteva avere sì e no dieci anni. Non gli arrivava nemmeno alle costole.

Era completamente sudicio. Il sudore gli aveva attaccato alla fronte i capelli. Diversi punti della maglia si erano scuriti e le macchie di terra e polvere lo chiazzavano dappertutto. Le gambe erano ormai ricoperte da una pasta marrone e verde.

Le scarpe erano così vecchie che gli alluci le avevano quasi bucate. Quelle scarpe luride che avevano calciato il pallone lurido che aveva osato sporcare le sue scarpe pulite.

I pugni ancora stretti, Domenico borbottò: «Le scarpe».

Il ragazzino, che stava ancora riprendendo fiato, lo guardò stringendo le sopracciglia.

«Sei sordo? Le scarpe», inveì Domenico. «Mi hai sporcato le scarpe».

Il ragazzino fece spallucce: «Va be’, si possono lavare, no?»

Domenico fece uno sbuffo: «Le scarpe non si lavano. Si lucidano».

«Ma è solo una macchia di terra…»

«E sai che non si lanciano palloni addosso alla gente? Ma che diamine vi insegnano in questo posto?»

«Stavamo solo giocando», disse il ragazzino, a voce bassa.

Solo allora Domenico lo guardò dritto in faccia. Tra le chiazze scure, spuntava un mezzo sorriso incredulo. Il ragazzino aveva due file di denti bianchi. Erano candidi.

Domenico si passò istintivamente una mano sul viso. Prese un paio di respiri. Quando la mano gli scivolò via dagli occhi, il ragazzino aveva già afferrato il pallone ed era scappato verso i suoi compagni, che lo aspettavano quasi alla fine della salita. Li vide confabulare brevemente, le teste che si voltavano a guardare lui. Poi scoppiarono tutti a ridere e subito tentarono di trattenersi, chi mettendo una mano alla bocca, chi nascondendola nell’incavo del gomito.

Il ragazzino si girò verso Domenico. C’erano sempre due file di denti candidi nel suo sorriso, ma ora, lontano da lui, era un sorriso più largo, sereno. Era complice dei suoi compagni. Come se fosse allegro nella sua sporcizia. Fiero.

E Domenico, strizzato nel suo completo e nelle sue scarpe impeccabili, lo riconobbe.

Era lo stesso sorriso che gli veniva sempre d’estate, alle tre del pomeriggio, molti anni prima. Gli adulti dormivano. Tutti i ragazzini della sua età si lanciavano in strada, incuranti del sole a picco. Era l’ora della caccia ai grilli; l’ora di suonare tutti i campanelli della strada e scappare il più lontano possibile. Era l’ora di rincorrere il pallone fino a sentire dolore ai polmoni e di gettarsi storti nella polvere pur di rubarlo agli avversari.

Era il sorriso che gli veniva quando le unghie diventavano nere e doveva asciugare i palmi delle mani sui pantaloncini.

E quando, con le scarpe sporche di strada e di gioco, andava da nonno Mimmo a farsele aggiustare, gli veniva lo stesso sorriso, perché suo nonno, con i capelli incollati alla fronte, non l’aveva mai rimproverato. Mentre si sedeva per far tornare le scarpe immacolate, diceva che le scarpe sono fatte per essere macchiate e che il corpo è fatto per sudare, perché questo significa vivere: tornare sempre a sporcarsi dopo essersi ripuliti. Nonno Mimmo aveva sempre il sorriso candido, e lucidava le scarpe con gli abiti sporchi perché sapeva vivere, e gli dava un bacio sudato in fronte perché sapeva vivere, e Domenico adesso, con il ragazzino sudicio e bianco davanti, pensa che quello sa vivere più di lui, ma forse anche lui sta vivendo un poco con quella macchia sulle scarpe, e vive un po’ di più quando sente che una goccia gli sta scivolando lungo la nuca e lui attende e non la raccoglie.

Domenico guarda il ragazzino pulito che va via, e lui ora ha la faccia imbrattata di lacrime, che si mescolano col sudore, lo stesso sudore che ora sente sui palmi delle mani e piano scende sulla schiena, su tutto il corpo, e vorrebbe risentire il bacio sporco e bianco di nonno Mimmo e si gira per andare ad abbracciare sua madre, per baciarla e sporcarsi con la sua mano impregnata di vita, perché sono le tre del pomeriggio di fine luglio e lui, finalmente, è a casa.

 

L’autrice

Federica Scazzarriello, ha rivoluzionato la sua vita due volte. La prima, quando è partita dalla Basilicata profonda per Milano, per frequentare l’Università Cattolica e laurearsi in Lettere Moderne. La seconda, quando dopo otto anni a Milano, si è trasferita a Torino per frequentare la Holden, Scuola di Storytelling e Performing Arts fondata da Alessandro Baricco.
Si innamora facilmente e altrettanto facilmente diventa follower livello stalker, che siano autori, personaggi famosi, case editrici, gelati o gatti. Nonostante tutto, però, rimane fedele ai miei amori puri: i libri; il teatro; la Grecia antica.
Era anche innamorata di tutte le storie, e non lo sapeva. Sta tentando di sedurle perché anche loro perdano la testa per lei.
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L'autore







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