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La seconda volta della Francia

Sergio Basilio | La Settimana Sportiva, Sport   17 Luglio 2018   5 min.
Con una cavalcata trionfale i transalpini bissano il successo di vent’anni fa, battendo per 4-2 in finale la sorpresa Croazia, alzando la coppa nel cielo di Mosca. Nel giorno in cui Nole Djokovic si riprende il trono di Wimbledon tornando tra i numeri uno e dove Marquez in Germania si conferma ancora una volta l’uomo da battere in MotoGP, il tutto all’alba di una nuova era “Ronaldo” in Serie A.
La settimana sportiva - mondiali 2018 - francia - russia - croazia

La settimana sportiva - mondiali 2018 - francia - russia - croazia

 

Questo Mondiale ci aveva un po’ ricordato quello di vent’anni fa in Francia per diversi corsi e ricorsi storici, ma non pensavamo fino a questo punto. La Francia, domenica, si è laureata campione del mondo per la sua seconda volta (come appunto nel 1998), proprio contro la Croazia che aveva battuto ai tempi nella semifinale ormai famosa, e con grande merito, forse anche più del ’98 dove era un paese ospitante, con una signora squadra ma con addosso ancora quel titolo di outsider di chi non aveva mai vinto. Oggi invece l’equipe de France è un’orchestra meravigliosa, composta da professionisti che lavorano in maniera corale e con un primo violino di classe e anche di tanta, tanta sostanza nei momenti che contano davvero; parliamo ovviamente di Griezmann, giocatore completo e decisivo come pochi, che l’Atletico fa bene a tenersi stretto. Per il pallone d’oro di quest’anno sicuramente la sfida sarà tra lui e il croato con la maglia numero dieci. Il francese decisivo praticamente sempre con la doppietta nella finale di Europa League con l’Atletico Madrid e in quasi ogni gol di questo mondiale della sua Francia, fino alla finale con la punizione che ha innescato l’autogol di Mandzukic e con il seguente rigore del 2-1. Ma dall’altra parte del campo, in questa finale, troviamo l’altro pretendente al pallone d’oro, quel croato che di nome fa Luka e di cognome Modric: ha giocato un mondiale sensazionale, correndo fino al 120’ di ogni gara ad una velocità praticamente senza senso per un uomo normale; si è preso sulle spalle la Croazia tutta e l’ha portata là dove nessuno l’aveva mai condotta, nemmeno  quel Davor Suker che in tribuna ricordava i fasti di quel magico 1998 con il terzo posto ai primi mondiali della sua Croazia appena nata. Modric ha guidato la squadra con il carisma del leader silenzioso, con la classe e l’apertura mentale di Andrea Pirlo, arrendendosi soltanto all’ultimo metro dalla coppa.

 

 

Ritornando alla Francia, l’impopolare ct Dechamps adesso può prendersi tutti i meriti e le soddisfazioni per aver avuto ragione su diverse cose: lasciando a casa uomini importanti come Benzema, Lacazette che non facevano bene allo spogliatoio, lasciando lì davanti come centravanti Giroud nonostante nessun gol segnato ma con una mole di lavoro fatto da solo impressionante; spostando Matuidì sulla sinistra come oggetto indecifrabile per gli allenatori avversai e arretrando i metri d’azione di Paul Pogba. Ha sistemato le poche cose che non andavano due anni fa (quando perse soltanto in finale contro il Portogallo gli Europei di casa) e ha vinto questo mondiale quasi con facilità, non soffrendo mai davvero troppo e andando sotto soltanto sul 2-1 contro l’Argentina, in quella che rimane la partita più bella del Mondiale. Ma Dechamps sarà anche ricordato per aver lanciato nel panorama mondiale Mbappè, ad oggi indubbiamente il più forte “teenager” del mondo: a soli diciannove anni il ragazzo della periferia parigina ha vinto il Mondiale, da protagonista, con gli occhi del mondo addosso come non accadeva dai tempi del Ronaldo fenomeno e segnando in finale, raggiungendo con questa statistica un certo Pelè.

E proprio Mbappè, insieme ad una compagine di altri giovani fenomeni sbocciati definitivamente in questo torneo, danno l’impressione che l’alba di una nuova era sia alle porte: gli dei, che hanno dominato il calcio di questo decennio (e oltre) e che hanno sbriciolato ogni genere possibile di record, forse stanno lasciando il posto ai nuovi. Messi ha fallito ancora una volta con indosso la maglia albiceleste e potrebbe essere stata l’ultima possibilità di consacrarsi a livello “Maradona”, Cristiano Ronaldo è uscito, sì, agli ottavi contro l’Uruguay, ma con una squadra mediocre che non lo ha mai veramente assistito a dovere, ma due anni fa vinse a Parigi il suo Europeo e  a trentatre anni è pronto all’ennesima sfida della sua vita con la nuova maglia addosso della Juventus. Mossa, questa, di mercato che porterà beneficio a tutta la Seria A italiana con gli occhi del mondo addosso. Tornando ai flop anche la generazione tedesca è da rifondare, con i vari Ozil, Muller, che sembrano già cotti nonostante la giovane età; la Spagna dovrà ricercare un nuovo metodo di gioco perché il tiqui taca sterile ed inutile visto nell’ottavo di finale contro la Russia non può e non deve essere il  timbro di gioco degli iberici; la stessa Croazia arrivata in finale è sembrata essere lo sforzo sovrumano di una generazione all’apice (figli di quella di vent’anni fa) ma che inizierà inesorabilmente a calare vista le carte d’identità dei croati. Discorso ben diverso invece per Belgio e Inghilterra che hanno tra le rose più giovani e con prospettive sul futuro molto interessanti. Soltanto Neymar può essere esente dalla caduta degli dei, perché fondamentalmente il campione brasiliano è giovane e deve ancora mostrare parecchio, cosa che non ha fatto in questo mese in Russia. Ma per il resto, largo ai giovani o giovanissimi come Hazard, Lukaku, Trippier, Kane, Lingard, Sterling, Coutinho, Dembelè, Isco e soci.
Un ultimo evidente punto da analizzare su questo torneo è la costante e inesorabile fatica che il calcio sudamericano fa a star dietro a quello europeo; sembrano finiti i tempi in cui il futbol bailado vinceva sulla tattica europea, oggi il calcio che si insegna (ancor prima che giocarlo) in Europa sembra essere superiore in ogni aspetto a quello brasiliano o argentino e si nota anche solo nei nomi delle ultime squadre che hanno vinto il mondiale dal 2002 ad oggi: Brasile poi Italia, Spagna, Germania e Francia, tutte super potenze europee e non solo, tra le finaliste soltanto l’Argentina di quattro anni fa è l’eccezione, poi ritroviamo tutte finali tra squadre europee. Tutto questo deve far riflettere e far sì che anche in Sudamerica si trovi un nuovo metodo, una nuova via per ritrovare le sfide epocali di un tempo.

 

 

Parlando di sfide epocali, a Wimbledon, conclusosi domenica, non abbiamo avuto quel Federer-Nadal che speravamo, ma ci siamo “accontentati” per così dire di una mostruosa e infinita semifinale tra lo spagnolo e Nole Djokovic, che finalmente sembra tornato il campione di qualche anno fa, lasciandosi alle spalle un tunnel buio e difficile di infortuni in cui era piombato. Un match lunghissimo (più di cinque ore, spalmato in due giorni) e combattuto colpo su colpo, dove nessuno dei due si è risparmiato e che alla fine ha premiato il serbo che poi in finale ha battuto con facilità Anderson (che aveva eliminato Federer) andando ad alzare la coppa per la quarta volta.

Nella domenica dei motori invece, in Germania, al Sachsenring, la gara vibrante di MotoGP è stata, come al solito, fagocitata da Marquez che sembra averne davvero troppo quest’anno per gli altri, allungando così in classifica, ma con un Valentino Rossi che prendendosi il secondo gradino del podio si proclama ufficialmente primo avversario di questo Motomondiale.

 

 

 

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