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Risponde Felicita

Lucia Battistel | Email alle donne di carta   4 Luglio 2018   5 min.
E-mail alle donne di carta - Lucia Battistel - racconti, storie, lettere, email

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Felicita,

fra tutte le donne che ho avuto modo di conoscere nelle mie letture, ho scelto di scrivere due righe proprio a te. Sono inquieta, ultimamente. In realtà, non ha neanche senso specificare “ultimamente”, dal momento che è una vita che sto così: traballante, instabile. In ogni momento non sono mai dove sono, non sono mai presente a me stessa, manco costantemente all’appello. Non riesco ad apprezzare pienamente nessuna cosa nell’attimo esatto in cui la vivo, ma funziono solo, per così dire, a “scoppio ritardato”. Per questo ho pensato di scriverti, perché la tua semplicità e leggerezza siano per me una boccata d’aria fresca, e mi facciano capire che il mondo è bello quando lo vivi, non solo quando lo immagini per quello che sarà nel futuro, o quando lo ricordi per quello è stato in passato. Ti prego, parlami un po’ di te, dell’avvocato-poeta Guido, delle serate a Villa Amarena, e forse riuscirò a distrarmi dai miei brutti pensieri e chi lo sa, magari ci ricavo una bella lezione di vita. Ti ringrazio in anticipo.

Anonima poco serena

 

Cara Anonima,

la tua lettera mi ricorda quelle del mio Guido: un’anima in pena, proprio come te. Ma non c’è niente di più bello che essere il sollievo di qualcuno; sono ben contenta di aiutarti. Ora che mi ci fai pensare, è un bel pezzo che non parlo a qualcuno delle serate ad Ivrea, dei bagni clandestini nella Dora e di quel dolceamaro scrigno di ricordi che è Villa Amarena. Rivedo l’avvocato seduto al tavolo di mogano della cucina, immerso tra gli odori confusi delle portate. Eccolo che si china sulle carte disordinate e stropicciate (ne tortura gli angoli con le sue dita affusolate, quando è in cerca di qualche ispirazione), poi alza lo sguardo su di me e cerca di leggere le mie labbra. Io canto sottovoce, per non disturbarlo.

“Se è lecito, signorina, mi faccia il piacere di alzare il tono. Ha una così bella voce”, mi incita lui, con uno sguardo complice. “Se è lecito, s’intende…”

Io abbasso gli occhi sulle stoviglie insaponate nel lavabo, ma il rossore delle mie guance tradisce un certo imbarazzato pudore. Con l’avvocato è sempre stato tutto un gioco di farsi avanti e poi ritrarsi e farsi rincorrere, a giorni alterni.

“Che scrive, avvocato?” gli chiedo, sinceramente interessata.

“Scrivo di lei, signorina Felicita. Scrivo di lei, delle sue stoviglie azzurre e dei suoi occhi. Scrivo del suo tostare caffè e rammendare lini, e della sua spiazzante ed invidiabile semplicità.”

“Mi piace, signor avvocato. Lo sa?”

“Cosa?”

“Lei, signor avvocato”, dico spontaneamente, e sento il viso infiammarsi di imbarazzo. Alle ragazze non è permesso dire certe cose, in certi contesti, e a certe persone come l’avvocato. Io sono una ragazza semplice del Canavese. Ho studiato poco, ma chi mi parla di poesia sto ad ascoltarlo volentieri, e me ne invaghisco facilmente.

“Anche lei, signorina Felicita. Più di ogni altra lusinga cittadina. Le ragazze di Torino si mostrano. Lei È.”

“Possiamo volerci bene, avvocato?”

“Potremmo, se solo potessimo” mi risponde lui, ma io non penso di capire che cosa intenda. Forse non lo sa nemmeno lui.

“Avvocato, non saprò distinguere il Tasso dall’Alighieri, ma so voler bene.”

“Questo è certo, signorina.”

“Allora, quale impedimento?”

“La mia morte.”

“Ma moriranno tutti, signor avvocato, perché farne un problema solo suo?”

Poi mi tende la mano per farmi avvicinare, mi cinge i fianchi, e mi ruba un bacio. “Il mio raggio di sole, la mia felicità. Al suo nome dovrebbero aggiungere l’accento finale, sa?”, lo sento dire, sotto i miei capelli. “Nomina sunt consequentia rerum”, dice poi. Io provo a ripetere la frase a pappagallo, senza aver compreso una virgola, e lui ne ride: “Signorina, a me piace chi non mi capisce!”.

Ecco, le giornate erano più o meno tutte così, prima che Guido se ne andasse. Tutte le volte che finiva per parlare del brutto male che aveva (la tisi, come saprai, me l’ha strappato a soli 32 anni), io lo invitavo a seguirmi per la casa per assistermi nelle mie mansioni quotidiane. “Cose semplici, ma autentiche. Vere, e quindi importanti”: le definiva lui, tornando a sorridere. Poi, quando si faceva tardi, lo portavo fuori a guardare la luna, che gli piaceva quasi quanto le sue collezioni di farfalle.

E tu invece, Anonima, l’hai vista la luna, ieri sera? Forse non ci hai fatto caso. “Tanto la luna torna tutte le sere”, avrai pensato. E per qualche dannata ragione è così che ci capita: le cose che tornano sempre non le consideriamo nemmeno più. Fanno parte dello scenario, stanno sullo sfondo, sono costanti e quindi le diamo per scontate, non riuscendo più ad apprezzarle. Tra tutte le belle parole di cui il mio Guido mi ha insegnato il significato, “costante” è la mia preferita. Guido, lui che ha studiato il latino, diceva che è formata da “con” e “stare”: è un termine che dà l’idea dell’essere stabili insieme, dello stare fermi. La luna è così. Ti guarda tutte le notti, sorveglia il tuo sonno con la sua luce pallida, e torna sempre. Non sia mai che non faccia ritorno! Proprio allora, e solo allora te ne accorgeresti. È così anche il sole; tutti e due, puntuali, timbrano il cartellino e si presentano a lavoro da perfetti indispensabili impiegati, ogni santo giorno. E non c’è malattia o altra scusa che tenga, che giustifichi una loro assenza.

A proposito di salute, mi è venuto in mente che Guido mi ha spiegato anche il significato della parola “infermo”. Quell’“in” iniziale vedilo come un “non”, e il senso ti sarà più chiaro: chi non riesce a stare fermo con la mente, e si pre-occupa delle cose, e va col pensiero a ciò che sarà, è ben malato. Così sei anche tu ora, mi pare di capire, dal momento che dici di essere inquieta. Ma quando ci si sente così bisogna aggrapparsi a ciò che è solido. Non lo fanno forse i naufragi arenati sulle spiagge, cotti dal sole e dal sale, che allungano le mani verso gli scogli? Cercano un appiglio saldo! Poi che fanno? Baciano la terra, ringraziando Dio per aver ritrovato il loro punto fermo. Ecco, vedi, è facile apprezzare qualcosa quando questa ci viene tolta. Ma il segreto sta nel riuscire a valorizzarla anche quando ce l’abbiamo, anzi, proprio perché ce l’abbiamo. Spesso, non accorgendocene, manchiamo di contezza (o consapevolezza? Non saprei quale termine sia più appropriato qui…sto ancora studiando…), nel senso che non riusciamo a contare più le cose e dare loro il giusto peso. Guido, ad esempio, aveva la sua poesia (diceva di vergognarsi d’essere poeta, avrai sentito dire, ma non è del tutto vero…), e le sue farfalle. Io invece, prima di avere la letteratura con cui, da quando Guido se n’è andato, riempio in suo onore le mie giornate, avevo le mie occupazioni in casa. Saranno anche noie per te, ma la noia è solo il brutto nome dell’abitudine, e abitudine è sinonimo di sicurezza, stabilità. Che dici, l’ho messa troppo sul filosofico? Ora che rileggo tutto quello che ho scritto, a malapena mi riconosco. Non sono mica la stessa Felicita che hai studiato sui banchi di scuola. Di questo vado fiera: son ben distinguere ora un madrigale del Tasso da una terzina dantesca. Guido mi ha infatti insegnato, come tutti gli uomini di lettere, a leggere oltre le cose, tra le righe, a pormi domande ed esigere risposte, ma devo ammettere che un po’ mi manca il mio guardare al mondo come lo guardavo prima, per quello che è, senza sapere niente, come un bambino che vi si approccia per la prima volta. Lasciarsi stupire ancora dalle piccole cose: certo, è una grande impresa, la maggior parte delle volte. Ma è un esercizio necessario se vuoi vivere nel vero senso della parola. Quindi, cara Anonima, oggi stesso scegli, anzi riconosci, perché sono sicura che in cuor tuo tu sappia già quali siano i tuoi punti fermi, le tue costanti, e onorale quanto puoi. Concentrati su quello che hai (scoprirai di avere ben molte cose, quando le guarderai con occhi diversi), anziché su quello che non hai, e apprezza ciò che resta sempre. E stasera, quando si fa buio, va’ a vedere la luna. Anche io lo farò, e penserò a te. Stai bene.

Felicita

 

 

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