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Davide contro Golia, archetipo universale veicolato dallo sport

Nicolò Vallone | Lo Sport nel Vallone, Sport   21 Giugno 2018   8 min.
DAVIDE CONTRO GOLIA, ARCHETIPO UNIVERSALE VEICOLATO DALLO SPORT - Nicolò Vallone

DAVIDE CONTRO GOLIA, ARCHETIPO UNIVERSALE VEICOLATO DALLO SPORT - Nicolò Vallone

 

Perché vediamo i film? Perché guardiamo gli spettacoli teatrali? Perché leggiamo i libri? Perché seguiamo lo sport? Quattro domande dall’identica risposta. Alle quali aggiungo una quinta domanda, la madre di tutte loro: perché l’essere umano ha creato la mitologia?

La risposta, a mio parere, è semplice: attraverso le narrazioni (di qualunque tipologia, argomento e linguaggio) ci identifichiamo o quantomeno empatizziamo con personaggi e vicende narrate, che nel nostro subconscio ricolleghiamo a schemi di base delle dinamiche umane. Questi schemi sono gli archetipi universali attraverso i quali ci confrontiamo con il mondo e lo interpretiamo.

Per fare un esempio concreto: quando ascoltiamo le storie di Davide che uccide il gigante Golia con una piccola fionda, di Giuditta che decapita il terribile Oloferne, di Ulisse che con umana astuzia ha la meglio su ciclopi e divinità, degli eroi cavallereschi che sconfiggono giganti e cavalieri neri, quando leggiamo del gabbiano Jonathan Livingston che impara a volare contro tutto e tutti, quando vediamo un’eroina contemporanea come Erin Brockovich portare in tribunale con successo la colossale Pacific Gas and Electric Company, o il giovane poliziotto Eliot Ness riuscire a far condannare l’apparentemente invincibile Al Capone, o quando assistiamo alla modesta Nazionale greca che vince incredibilmente gli Europei di calcio del 2004 o al piccolo Leicester che vince un campionato iper-competitivo come quello inglese due anni fa… alla base di tutte queste storie, infinitamente diverse tra loro per contenuto, contesto, linguaggio, epoche, situazioni, implicazioni sociali e valore culturale, c’è tuttavia l’identico archetipo universale: il piccolo che batte il grande, i deboli che rovesciano i potenti.

Il colpo a segno di Davide per abbattere Golia nell’Antico Testamento, le battaglie legali di Erin Brockovich e i gol di Jamie Vardy che permettono al Leicester di trionfare al cospetto di colossi come Manchester City e Arsenal nella Premier League 2015-2016  ̶  è mia profonda convinzione  ̶  vanno a toccare le medesime corde ancestrali della mente umana: metaforicamente ci insegnano e ci ricordano che non esistono forze così potenti da non poter essere mai abbattute.

Se c’è un veicolo formidabile per trasmettere metafore e archetipi, quello è lo sport: la passione per le gesta sportive è qualcosa che di per sé coinvolge fortemente l’emotività e che oltretutto permette di raggiungere trasversalmente popoli e persone di qualsiasi strato sociale e livello d’istruzione, poiché non richiede necessariamente competenze culturali particolari. Trovo che lo sport sia una sorta di eterna narrazione senza autore ma soli personaggi, una grande metafora della vita in grado di lanciare messaggi in maniera efficace e universalmente fruibile.

E uno degli archetipi più forti e caratteristici talora veicolati dallo sport è proprio quello legato alla metafora di Davide contro Golia: il piccolo che sconfigge il potente, il debole che abbatte il grande. Quante imprese sportive hanno rispettato questo schema, esaltando e commuovendo gli appassionati anche a distanza di anni? Se prima ho accennato a due episodi legati al calcio (la Grecia e il Leicester) ho deciso di raccontarvi tre episodi relativi ad altre discipline: rugby, basket, tennis.

 

 

Iniziamo dalla palla ovale. Siamo in Irlanda, una terra dove il rugby infiamma la passione ben più del calcio. Per la precisione ci troviamo a Limerick, nella provincia di Munster. È il 31 ottobre 1978 e nel vecchio impianto di Thomond Park, gremito in ogni ordine di posti (e anche oltre) va in scena una partita di esibizione, che per certi versi vale ben più di una ufficiale: la squadra locale del Munster Rugby, composta in gran parte da giocatori autoctoni, affronta nientemeno che la Nazionale della Nuova Zelanda, i leggendari All Blacks, in tour nelle isole d’Oltremanica.

I pronostici sono tutti per i neozelandesi, ma quel giorno i ragazzi di Munster dimostrano nel miglior modo possibile di essere decisi a sovvertire le gerarchie e battere gli imbattibili. Le loro armi? Un’applicazione fisica e mentale mostruosa, e una preparazione tattica inconsueta per quei tempi ancora dilettantistici. Fondamentale il lavoro dell’allenatore Tom Kiernan (soprannominato non a caso La Volpe Grigia) che ha studiato a fondo avversari e arbitro nei giorni precedenti al match.

Gli All Blacks provano a imprimere dall’inizio alla fine il loro ritmo forsennato, fatto di veloci azioni ricche di passaggi rapidi e imprevedibili, ma contro ogni previsione non riescono mai a sfondare il muro di maglie rosse: c’è sempre un giocatore di Munster pronto a chiudere gli spazi e placcare con forza inaudita.

Dall’altra parte, la strategia di attacco degli irlandesi è prudente ma efficace: poco gioco con palla in mano, tanti calci in avanti per allentare la pressione e costringere i fortissimi avversari a correre il più possibile all’indietro. E funziona. La meta arriva al 12° minuto: l’ala sinistra Jimmy Bowen si avventa su una palla vagante e si fionda in avanti, superando di slancio due neozelandesi, e proprio quando sta per essere bloccato sul finire della sua corsa, passa l’ovale a Christy Cantillon, che va a schiacciare in meta e dà il via alle esultanze sfrenate di compagni e tifosi. Ma la gara è ancora lunga…

Pochi minuti più tardi è Tony Ward, specialista nel gioco al piede, a prendersi la ribalta, mettendo a segno un drop [calcio in mezzo ai pali alti]. Il risultato al termine del primo tempo è 9-0 per Munster. Clamoroso.

Il secondo tempo, come prevedibile, è un continuo forcing degli All Blacks, che continuano a non riuscire a sfondare la linea difensiva irlandese, finché a 12 minuti dalla fine ecco ancora Ward prendere la mira da lontano e calciare in mezzo ai pali. Il risultato è ora di 12-0, e non cambierà più. L’impresa è compiuta, la storia è scritta. Munster è la prima squadra di rugby irlandese a sconfiggere la leggendaria Nuova Zelanda (pensate che la Nazionale irlandese ci sarebbe riuscita soltanto due anni fa!).

Una data e una vittoria da ricordare per sempre. Nessuno è imbattibile.

 

 

Passiamo ora alla pallacanestro. Facciamo un salto dall’autunno ’78 all’estate 2004. A Colonia, in Germania, il 3 agosto di quattordici anni fa si disputa una gara amichevole tra Nazionali come preparazione per le imminenti Olimpiadi di Atene: gli Stati Uniti, il cosiddetto Dream Team formato da stelle della NBA, affrontano l’Italia. Da quando, a inizio anni ’90, gli USA hanno iniziato a mandare in Nazionale non più gli universitari ma i professionisti NBA, non hanno mai perso un match d’esibizione. Perché mai dovrebbero farsi intimorire da quei ragazzi in maglia azzurra?

L’opinione generale dei media e del pubblico è che si tratterà di un semplice allenamento per i supercampioni americani, che avrebbero usato gli italiani come uno sparring partner. Anche i giocatori statunitensi sembrano pensarlo: Allen Iverson, nella conferenza stampa prepartita, ammette di non conoscere il più talentuoso giocatore dell’Italia. Sarebbe un certo Giammarco Pozzecco, e a fine partita Iverson si ricorderà eccome il suo nome…

Ma procediamo con ordine. Il palazzetto di Colonia è quasi tutto per il Dream Team: gli spettatori sono accorsi per vedere all’opera le stelle d’oltreoceano e ammirare dal vivo quelle giocate che normalmente possono godersi solo in televisione. L’entusiasmo e le ovazioni sono dedicate ai vari Iverson, Duncan, Marion, Odom, Marbury, Boozer, gli ancora giovanissimi Carmelo Anthony e LeBron James… eppure, una volta in campo a giocare, gradualmente sono gli italiani ad impadronirsi del palcoscenico, tra numeri di alta tecnica, grandissima intensità in difesa, circolazione di palla fluida e una precisione rovente al tiro da 3 punti. Piano piano le acclamazioni verso le stelle americane si trasformano in acclamazioni verso i nostri Gianluca Basile, Giacomo Galanda, Matteo Soragna, Roberto Chiacig, Massimo Bulleri, ovviamente Giammarco Pozzecco, e via tutti gli altri giocatori azzurri, fino all’allenatore Carlo Recalcati.

Ebbene sì, quel pomeriggio d’agosto tocca incredibilmente ai campionissimi della NBA fare i comprimari ed inchinarsi dinanzi alle azioni da urlo di Pozzecco, Basile, Galanda & compagni, le vere superstar di quel giorno, capaci di trasformare il Dream Team in un Nightmare Team e far sognare l’Italia del basket. Il risultato da scolpire negli annali è di 95-78 per noi.

Come dite? Era solo un’amichevole? Le Olimpiadi sarebbero state tutta un’altra storia? Beh, gli USA ad Atene arrivarono soltanto terzi; la medaglia d’oro la vinse l’Argentina. Quella d’argento, l’Italia, capace di un’altra impresa in semifinale contro la fortissima Lituania.

Come nella storia precedente, lo sport ci insegna che non sempre il più potente vince. Ed è anche per vivere favole del genere che ci sono così tanti appassionati.

 

A proposito di favole, ecco il terzo ed ultimo racconto. Passiamo alle racchette e alle palline gialle. E ai campi in cemento di New York. Venerdì 11 settembre 2015, semifinali femminili dello US Open, l’ultimo in ordine cronologico dei quattro tornei più importanti della stagione tennistica. Si tratta ancora di USA contro Italia, ma questa volta lo scontro forse è ancora più impari rispetto a quello cestistico del 2004. Attesissima protagonista del match è infatti Serena Williams, una delle più forti giocatrici di sempre, che quell’anno è in uno stato di forma strepitoso e sta concorrendo per completare il Grande Slam, ossia la vittoria nello stesso anno di tutti e quattro i tornei maggiori: quell’anno sono già arrivati i trionfi all’Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon, manca all’appello solo lo US Open, per giunta torneo di casa, ideale per coronare la serie. Siamo in semifinale, quindi restano soltanto due partite tra Serena e la Gloria. E chi è l’ostacolo quel giorno? Una piccoletta italiana arrivata inopinatamente fino a quel punto del torneo, anche con un po’ di fortuna, troppo indietro nella classifica mondiale per poter pensare di competere con una fantastica macchina da tennis come Serena Williams, capace di schiacciare come un rullo compressore avversarie sulla carta ben più temibili di quello scricciolo che ha di fronte quel giorno. No, non sarà certo la minuta Roberta Vinci da Taranto a fermare l’inarrestabile marcia del gigante Serena…

Il pubblico americano è tutto per la sua fuoriclasse e alla fine del primo set può iniziare ad esultare: 6-2 per Serena, ora manca un solo set da aggiudicarsi per accedere all’agognata finale. Sarà una pura formalità.

E invece, accade qualcosa di sconvolgente. Robertina tira fuori con la massima efficacia un campionario di colpi estremamente vario e inusuale per il tennis moderno: mentre la Williams scaraventa sassate sempre più potenti per sfiancare la piccola italiana e abbatterne ogni resistenza, lei sa bene che metterla sul piano della forza significa matematicamente perdere contro quel gigante, allora inizia a colpire piano, ora più lungo ora più corto, spesso e volentieri “di taglio”, imprimendo alla pallina effetti particolari…

Serena fa sempre più fatica a leggere le traiettorie imprevedibili di Robertina, è costretta a correre più del previsto e non riesce a dare ritmo al suo gioco. La metafora di Davide contro Golia si realizza pienamente su quel campo newyorkese: la dolcezza e la finezza del debole spazzano via i solidi punti di riferimento del potente, rendendo la sua poderosità non più un vantaggio ma un peso.

La situazione si ribalta: Serena Williams si affanna a colpire sempre più forte, ma la pallina o va fuori o si spegne sulla rete; Roberta Vinci si prende la scena con un’eleganza sbarazzina che conquista tutti gli increduli spettatori, vince col punteggio di 6-4 i successivi due set e dunque la partita. In finale ci va lei, Robertina, quando nemmeno due ore prima nessuno ci avrebbe scommesso. Serena, dopo aver schiacciato qualsiasi tipo di giocatrice sul suo cammino, ha finito per inciampare sull’ostacolo più piccolo di tutti.

 

Ecco, quell’11 settembre di tre anni fa è stata l’ultima volta in cui ho pianto davanti alla tv. Ed è stato quel giorno che ho maturato definitivamente la convinzione che lo sport sia forse il più efficiente mezzo di trasmissione di certi archetipi universali. E ho rafforzato la mia vocazione per la vita: emozionarmi ed emozionare raccontando lo sport!

 

Se la vittoria di Robertina contro la Williams da sola non basta a commuovervi, questa è l’intervista a caldo alla giocatrice pugliese appena dopo la partita…

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