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Famiglie naturali

Claudio Volpe | Diritto, Diritto di Parola, Speciale Pride   17 Giugno 2018   4 min.
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C’è un falso mito da sfatare in quanto intollerabile in una società civile e progredita quale dovrebbe essere l’Italia del XXI secolo ed è quello relativo all’affermazione per cui la famiglia riconosciuta dalla Costituzione italiana sia solo quella eterosessuale.

Spesso si ricorre per giustificare tale assunto alla formulazione dell’art. 29 Cost. ai sensi del quale “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Da tale norma, e nello specifico puntando sulla parola “naturale”, si vorrebbe far derivare un presunto principio di famiglia intesa quale entità secondo natura e dunque volta alla procreazione. In tale ottica apparirebbe secondo alcuni conforme all’art. 29 Cost. solo e per forza di cose la famiglia composta da uomo, donna e prole. In realtà, considerando la possibilità che è data oggi alle persone per procreare (eterologa, GPA, adozione secondo legge di un altro Stato e dunque valida anche per coppie omosessuali) già il pensiero che vorrebbe identificare matrimonio con procreazione e dunque con differenza di sesso tra i coniugi non può più trovare fondamento.

Un’attenta analisi dei lavori preliminari dell’Assemblea Costituente, inoltre, ci permette comunque di comprendere come in realtà la parola “naturale” sia stata utilizzata per esprimere l’idea che la famiglia dovesse essere una realtà autonoma e non soggetta alle mire o alla direzione statalistica quale cellula per sostenere un regime politico così come era accaduto nel periodo fascista dove la visione patriarcale aveva delineato ruoli ben precisi e immodificabili per marito, moglie e figli sancendo la superiorità assoluta del primo e rendendo la famiglia quale prima cellula dello Stato-dittatura. La famiglia delineata dalla Costituzione è vista in realtà come frutto di scelta volontaria e libera da parte degli individui.

Vero è che norme successive si occupano della prole e della filiazione ma stando all’art. 29 Cost., che parla di matrimonio, nessun accenno è fatto in merito alla finalizzazione del matrimonio alla procreazione. Nessuno d’altronde si immaginerebbe di escludere dal novero delle famiglie quelle composte solo da coniugi senza prole o di quelle monogenitoriali composte da un solo genitore e figli. L’amore che tiene unite le persone, la progettualità comune e la volontà di assunzione di doveri reciproci: sono questi gli unici parametri che in una società civile devono determinare l’attribuzione della dignità di famiglia.

Nessun riferimento viene fatto a livello costituzionale alla diversità di sesso tra i coniugi. Non si dice in altri termini che i coniugi devono essere uomo e donna (si parla solo di “coniugi”). Sicché sembra potersene dedurre che già a Costituzione invariata, deve ad oggi ritenersi pienamente ammissibile il matrimonio egualitario, ossia il matrimonio tra persone dello stesso sesso. In tal senso depone anche la formulazione dell’art. 3 Cost. che sancisce il fondamentale principio di uguaglianza inserendo tra i motivi che non possono determinare discriminazioni anche il sesso (e oggi, in virtù di interpretazione evolutiva, anche l’orientamento sessuale).

Gli esseri umani sono uguali e come tali devono essere trattati vedendosi riconosciuta la possibilità di avvalersi degli stessi istituti costituzionali. In tal senso depone pure l’evoluzione giurisprudenziale e normativa dell’ordinamento unionale e internazionale che riconoscono sempre più frequentemente la legittimità del matrimonio egualitario. Come riconosciuto più volte dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione, oggigiorno occorre guardare non più alla mera nozione di ordine pubblico nazionale ma a quella di ordine pubblico internazionale sicché non può sempre e comunque ritenersi illecito un atto non consentito nell’ordinamento nazionale ma consentito in quello sovranazionale.

A suffragare tale assunto vi è inoltre la semplice considerazione che la Costituzione, quale atto puntuale, necessita di interpretazione evolutiva per poter essere adattata al cangiante mutamento storico-sociale del paese. Sicché, anche a voler negare che nell’intenzione del Costituente ci fosse l’apertura a matrimoni tra persone di sesso uguale, tale conclusione sarebbe ugualmente inferibile alla luce di un’interpretazione evolutiva capace di adattare il testo costituzionale alle nuove esigenze dell’ordinamento giuridico. Certo la recente Legge Cirinnà sembra aver voluto optare per un diverso inquadramento, ancorando il nuovo istituto delle unioni civili tra persone dello stesso sesso all’art. 2 cost. qualificandolo dunque quale diritto individuale dell’uomo e non della famiglia. Ma a ben guardare l’art. 2 parla oltre che di diritti del singolo anche di diritti del singolo nelle formazioni sociali dove si forma la sua personalità quali, dobbiamo riconoscere, anche la famiglia. Sicché tale riferimento potrebbe non essere decisivo circa la volontà di escludere la legittimità di un matrimonio egualitario. Ciò che appare invece rilevante è la circostanza della perfetta equiparazione, quanto a regime patrimoniale e giuridico (tranne per quanto concerne possibilità di adozione e dovere di fedeltà) tra unioni civili e matrimonio. Da tale dato in molti desumono, contrariamente, una volontà di progressivo avvicinamento del rapporto tra omosessuali al vero e proprio matrimonio. E in effetti, qualora subentrasse una legge che andasse a consentire l’adozione anche alle coppie omosessuali, non si potrebbe far altro che concludere nel senso di un’esatta corrispondenza tra i due istituti i quali, a quel punto, dovranno essere equiparati solo dal punto di vista normativo. I tempi sono dunque maturi per questo ulteriore passo avanti nel processo di crescita della nostra civiltà.

 

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