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Il tormento dell’innocente

ilRaccoglitore | Racconti   14 Giugno 2018   6 min.
Laura Iannò - Il tormento dell’innocente - premio Sylvia Plath e Amelia Rosselli

Laura Iannò - Il tormento dell’innocente - premio Sylvia Plath e Amelia Rosselli

 

I suoi occhi castani si striarono di vene rosse. Da lontano, riusciva a scorgere il portone del monolocale, ma il corpo rifiutava qualsiasi movimento. Decise di non forzare se stesso ma piuttosto di approfittarne per cercare le chiavi nel taschino della giacca. Il contatto con la pelle umida gliele fece scivolare ripetutamente al suolo, accrescendo il suo nervosismo. Non appena riuscì a riprendere le forze e raggiungere la serratura, si lanciò dentro il gelido appartamento e iniziò a sbottonarsi la camicia, accaldato dalla fatica e dal desiderio.

Si stava per concludere una giornata dall’inizio ordinario. In tarda mattinata, percorrendo la strada trafficata a passo svelto, aveva iniziato a sfogliare i quotidiani. Nessuna notizia gli sembrava adatta ad aprire il convegno della settimana. La sua sensibilità alle parole “stupro”, “ragazzina”, “violenza sessuale” e “abuso”, unita ad una discreta esperienza nell’ambito giornalistico, gli rendeva il lavoro particolarmente facile. Il suo occhio critico non si lasciava sfuggire gli articoli più impressionanti, nemmeno quando la stanchezza sembrava sopraffarlo. Erano passati ormai cinque anni da quando aveva dato le dimissioni dalla redazione del giornale, per dedicarsi completamente ad un’associazione antiviolenza. Era stato convinto dalle continue lodi che molti, nel leggere i suoi articoli di cronaca nera, gli avevano avanzato. Dopo qualche titubanza si era deciso ad assecondare quella particolare sensibilità e così, grazie ad un oscuro talento destinato a non esaurirsi mai, era trascorso il tempo.

La chiave del bagno era stata silenziosamente girata per due volte. La radio, rigida di fianco al lavabo, passò di sfuggita nella sua visuale. L’aveva portata lì tempo prima, pensando che avrebbe facilmente coperto i suoi gemiti. Una trovata astuta per aiutare il corpo a rilassarsi. Eppure nemmeno quel giorno pensò di accenderla, né mai l’avrebbe fatto in futuro.

Qualcuno gli aveva perfino detto che scegliere un’occupazione sulla base dei propri gusti è da persone infantili. «Asseconda solo il tuo talento», erano state le parole precise, «che ti piaccia o no, è quella la tua strada». Se davvero fosse stato così, allora avrebbe potuto effettivamente dire di trovarsi nel posto giusto. Eppure non poteva nascondere un senso di repulsione verso quella parte di sé che gli consentiva di comprendere così profondamente gli atti di violenza sessuale e, di conseguenza, di eccellere nella sua professione.

Il sangue iniziava a scorrergli più velocemente non appena abbandonava la mente ai pensieri. Di solito chiudeva gli occhi, ma anche rimanere con lo sguardo perso nel celeste indefinito della doccia gli concedeva di cedersi facilmente alle immagini della sua fantasia.

Aveva trovato quello che cercava. Una ragazza di circa quindici anni era stata prima molestata per la via di casa, poi violentata in un vicolo abbandonato. Non aveva potuto nascondere l’accaduto a causa dei lividi sulle braccia e sulle gambe. Il giornalista sottolineava come, nell’arco di poche ore, tutti fossero venuti a conoscenza del modo in cui aveva perso la verginità. Il mondo trova nella brutalità la sua forza vitale e gli uomini sono i suoi seguaci più fedeli, perché ne espandono la potenza tramite la parola. A riguardo molti avevano espresso la propria opinione sui social media, con eccessiva severità e sincerità. Tra i commenti più popolari, citati nell’articolo, uno sosteneva di non credere che una ragazza “tanto brutta” potesse essere vittima di uno stupro. Lo cerchiò col pennarello rosso che teneva pronto nella mano destra.

Solamente dopo aver trovato la temperatura adatta, sospirava e alzava lo sguardo verso la prima illusione, accennando un sincero sorriso. Le figure femminili che prediligeva erano ragazzine, non del tutto immature, ma dallo sguardo abbastanza innocente da rendere la violenza brutalmente piacevole. In quel momento c’era solo lui, con le sue vittime evanescenti. Poteva dirsi, senza ombra di dubbio, felice. Era l’unico luogo dove poteva liberare la sua natura, senza sentire alcuna colpa.

Probabilmente avrebbe incentrato la discussione proprio su questo. Titolo: “La crudeltà di chi non sa”. Percorreva già nella mente la scaletta della conferenza, a partire da chi provoca la violenza sul corpo, fino ad analizzare lo stress psicologico che tante persone indirettamente continuano ad infliggere alla vittima. Avrebbe potuto facilmente invitare la diretta interessata, ma chi cerca di dimenticare il proprio passato è il suo peggior narratore. Per questo motivo, le testimonianze dirette erano sporadiche e limitate ai casi meno sconvolgenti. Finì la bozza del discorso e sistemò le ultime carte sulla sua postazione, pronto per tornare a casa.

Gli piaceva immaginare di trovarsi in un luogo pubblico, di potersi voltare verso una reticente signorina dallo sguardo abbassato, di allungare con sicurezza la mano verso la sua coscia, vederla tremare e stringere le gambe come un lucchetto prezioso, metterla infine davanti all’evidenza che le sue urla e le sue lacrime non avrebbero smosso le altre persone intorno, perché quella era la sua mente e nessuno l’avrebbe tradito. Il momento prima della violenza, quel corrucciarsi di un volto infantile davanti alla crudeltà del vicino, che spezzava il delicato ordine di una donna in maturazione; per la sua mente era quello, probabilmente, l’attimo sublime.

Al ritorno aveva preferito prendere la metro, per evitare di affaticare ulteriormente il suo corpo. Nel bagliore del sottosuolo illuminato si vedevano i volti truccati delle ragazze pronte per l’aperitivo del venerdì sera. Alcune, le più audaci, mostravano con naturale fierezza le gambe rette sul tacco dodici. Molti vedono in simili abitudini femminili un’eccessiva provocazione, che quasi giustifica la violenza sessuale. Questi pensieri partono dal presupposto, diffuso ma falso, che tutti gli uomini si eccitino alla vista della pelle scoperta. Egli per primo sapeva bene che non fosse affatto così. Il suo sguardo a stento sopportava certe immagini. Proprio accanto a lui era seduta una ragazzina struccata, con la camicetta ben abbottonata e lo sguardo abbassato. Era lì che il suo sguardo veniva magneticamente attratto. Gli era consentito almeno guardarla, così da imprimere quelle forme nella mente per i suoi giochi privati. Il sangue gli scorreva velocemente verso il basso.

Erano passati quattro minuti, due dei quali di lenta molestia. Era ormai intorpidito da piacevoli giramenti di testa e le sue mani iniziavano ad aumentare il ritmo, ingannate dall’illusione di quei seni morbidi. La sfida era raffigurarsi con nitidezza le parti del corpo che, come i capelli o le braccia, non aggiungevano direttamente sensualità all’immagine, ma erano fondamentali per mantenerne viva la veridicità. Per questo motivo era essenziale fissare il più possibile le ignare passanti. Ben consapevole di questi limiti, aveva osservato quella ragazza con attenzione e bramosia, così da poterla segretamente assaporare. La fine fu veloce e intensa.

Quanti anni poteva avere? Quindici, forse, come l’adolescente dell’articolo. Il suo corpo esprimeva eleganza, al punto da rendere le forme provocanti solo ad occhi raffinati. Nelle sue pupille abbassate si leggeva l’insicurezza della ragazza inesperta e l’incapacità di rifiutare qualsiasi richiesta. Improvvisamente pensare di trarla in inganno e condurla verso una violenza sicura non gli sembrò un piano irrealizzabile. Davanti ai suoi occhi prendevano forma tutti gli scenari più allettanti, partendo da un timido scambio di parole fino a esplicite provocazioni, tutte caratterizzate da un finale coronato da successo. Era da troppo tempo che sosteneva il peso di quel desiderio inappagato, concedendosi solo eteree fantasie. La sua occasione era arrivata e i limiti morali, che tante volte avevano intralciato i suoi sogni, iniziavano irreversibilmente a svanire.

Dopo piacevoli picchi di sangue nella testa, i suoi arti fremevano per debolezza e soddisfazione. In quel momento la figura tanto desiderata e assaporata svaniva nel nulla. Dopo la violenza l’oggetto del piacere diventava indifferente ed egli si trovava solo, in preda alla consapevolezza che il giorno successivo non sarebbe ricorso alla stessa immagine.

I suoi passi che si allontanavano dal treno sotterraneo erano nervosi e svelti. Il peso della propria scelta gli gravava sulla schiena come un cadavere ancora caldo. Per evitare ripensamenti era sceso due fermate prima della sua e improvvisamente il tragitto da percorrere gli appariva infinitamente ampio. Con l’amarezza che segue qualsiasi decisione presa malvolentieri, decise di accelerare i suoi passi, per tornare a casa e vivere un surrogato di quello che avrebbe potuto avere.

La repulsione che provava verso se stesso era profondissima. Ingoiò l’amaro in gola con un sospiro profondo. Quello che un secondo prima gli aveva donato il piacere più intenso della giornata, adesso lo disgustava. Poteva davvero dire di essere la stessa persona? Ogni giorno lo stesso dubbio, ogni giorno un’inappagante risposta. Solo su due argomenti è vano porsi domande, su ciò che si ignora completamente e su ciò che in fondo già si conosce. Pensando forse di trovare redenzione da quei pensieri, decise di lavorare fino a tarda notte sulle riflessioni da esporre il giorno successivo. Guardando l’oscura sagoma del proprio volto sulle ante celesti, si promise di porre fine ad ogni perversione e di smettere, così, di provare vergogna verso se stesso. Se lo promise come sempre, con molta convinzione e poca sincerità. Sapeva che non avrebbe mai trovato la via di fuga dal suo oscuro piacere, dal suo tormento.

 

L’autrice

Laura Iannò, nata nel 1995 a Salerno, vive a Milano. Dopo la laurea presso l’Università Bocconi, dove è stata membro del direttivo del salotto letterario, ha studiato alla Frankfurt School of Finance and Management. Ha lavorato a Lussemburgo presso la Commissione Europea. È stata premiata per il racconto “Il tormento dell’innocente” al premio Sylvia Plath e Amelia Rosselli nel 2017.

 

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