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Risponde Ofelia

Lucia Battistel | Email alle donne di carta   1 Giugno 2018   6 min.
E-mail alle donne di carta - Lucia Battistel - racconti, storie, lettere, email

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Cara Ofelia,

Ieri in classe abbiamo finito l’Amleto. Posato il libro sul banco, c’è stato qualche secondo di silenzio per digerire quanto appena letto, e tutti noi ci siamo scambiati delle occhiate. La prof è rimasta a guardarci e ha sorriso, studiando le nostre reazioni: qualcuno aveva gli occhi che brillavano (anche il bel ragazzo nuovo, quello bruno silenzioso seduto all’ultimo banco), altri invece sbadigliavano guardando impazienti l’orologio appeso alla parete, e altri ancora scribacchiavano qualcosa sul margine di un foglio.

Rotto il silenzio, la prof ha intavolato una discussione sul soliloquio dell’“Essere o Non Essere”. Non mi sorprende, perché bene o male si va sempre a parare lì, quando si tratta di Amleto. Che poi, questo Amleto, con tutto rispetto, non mi piace neanche così tanto. Io e la mia amica, ad essere sincere, preferiamo molto di più un tipo come Laerte, una testa calda che, pensata una cosa, la mette subito in pratica e non si perde in elucubrazioni. Mi ha colpito il fatto che nessuno abbia parlato di te. Nessuno ha tirato in ballo la tua morte, e le strane circostanze in cui è avvenuta. Dato che ho la possibilità di farlo, e dato che sono anche io un po’ come Laerte, colgo l’occasione per chiedertelo, senza troppi giri di parole: ti sei data la morte, o è la morte che è venuta a prenderti? O, per dirla con le parole del becchino che ti ha scavato la fossa, è l’acqua che è venuta da te, o sei tu che sei andata dall’acqua, volendolo? Sperando che tu possa perdonare la mia indiscrezione, e apprezzare piuttosto il mio sincero interesse nei tuoi confronti, aspetto con ansia una tua risposta.

Con affetto e curiosità,

N.

 

Cara N.,

Il piacere per il fatto che ci sia qualcuno a voler far luce sulle circostanze della mia morte supera di gran lunga il momentaneo fastidio per una domanda indelicata. Ti rispondo volentieri, partendo dall’inizio: era una giornata abbastanza calda, ed avevo deciso di approfittare del bel tempo per far due passi nel boschetto lì vicino al castello del re. Pur non avendo più nessuno per cui farmi bella al di fuori di me stessa, scelsi di indossare il vestito bianco lungo, ricco di balze e sbuffi che si gonfiavano ad ogni soffio del vento. Legai una ciocca di capelli in una treccia, impreziosendola con gemme e spilloni dorati, e lasciai gli altri cadere sulle spalle, sciolti. Qualche guardia, vedendomi allontanare, mi domandò dove fossi diretta, e io risposi intonando una ballata ed accennando qualche passo di danza. Uscita dal castello, sentii addosso lo sguardo compassionevole di Marcello (o forse era Bernardo?), impietosito dalla mia condizione; da tempo a corte erano tutti preoccupati per la mia sanità mentale. Finalmente sola, a debita distanza da occhi giudicanti, premetti i miei piedi nudi sull’erba bagnata. Doveva aver piovuto, la sera prima, dal momento che tutta la terra, alla pressione, rilasciava l’acqua trattenuta come una spugna strizzata. Strano come, al guardare il contrasto tra la mia pelle bianca e il terriccio scuro, mi venne in mente il mio Amleto. Noi due eravamo ben diversi, lo ammetto: lui ha sempre sentito sulle spalle il peso del mondo. Io, pur avendocelo, ho sempre fatto finta di niente e vissuto tutto con leggerezza. Mi si dà spesso dell’ingenua, e, a furia di sentirmelo dire, ho finito per crederci davvero. Mio padre, povero disgraziato, morto come un topo dietro un arazzo, mi rimproverava sempre di non fare la “green girl”, di non comportarmi come una mela acerba aspra al gusto. Ma se io non fossi davvero ingenua? Se avessi invece cercato volontariamente di sfuggire al peso del mondo, consapevole del fardello che mi gravava addosso? Non sono mai stata una che se ne va in giro con una nuvola incombente sulla testa. Se proprio una nuvola, ostinata, volesse seguire i miei passi, non le permetterei di piovermi addosso, e cercherei sempre il sole aldilà del grigio. È forse anche questo che mi ha condotta alla morte: il voler ignorare il leone che mi sbarra la strada, anche quando mi ci ritrovo faccia a faccia. Dopo aver camminato per una buona mezz’ora, raggiunsi il mio posto felice: un angolo del bosco tagliato da un profondo ruscello. Saltellavo sull’erba e coglievo fiori, tanti piccoli punti colorati di rosso, viola, giallo che mandavano un buon profumo di fresco. Con questi feci alcune ghirlande, seduta su un sasso a ridosso dello specchio d’acqua. Lì c’erano talmente tante cose belle da guardare…vidi un’ordinata fila di formiche che si muovevano da bravi soldatini sulla pietra, seguendone le vene di quarzo. Chissà dove andavano, una dietro l’altra, così ben organizzate. “Vattene in convento, o in un bordello!”, sentii Amleto colpirmi con uno stiletto dritto nel cuore. L’eco del suo dolce tono di voce, che non riuscivo a trovare sgradevole neppure nel momento in cui mi stava rifiutando, mi fece gonfiare gli occhi di lacrime. Le mani presero a tremarmi, e infilai a fatica nella ghirlanda l’ultima violaciocca che avevo raccolto. Ero solita ripetere ad alta voce il suo bel nome, A-M-L-E-T-O: quella successione elegante di lettere, che suonavano così armoniche, mi scivolava sulla lingua dandole lo stesso piacere che si prova al sorbire una bevanda fresca nella calura estiva. Con quelle dolci tre sillabe in testa, concluse le mie ghirlande, mi avvicinai ad un salice che aveva avuto l’ardire di crescere di sghembo sul ruscello, imponendo le sue frasche sull’acqua vitrea. Decisi di appendere le mie creazioni a quell’albero, per addolcirne l’aspetto severo. Sembrava così cocciutamente sicuro di sé, eppure la sua corteccia era velata da una sottile malinconia. “Amleto caro, io ti ho sempre amato e ancora ti amo”, mi ricordo di aver sussurrato, mentre cercavo di arrampicarmi sul tronco robusto. Giunta ad una certa altezza, sentivo l’albero invitarmi a salire su un ramettino giovane, nato da poco. Poi sentii la voce di Amleto (era proprio lui, ne sono sicurissima!), che mi chiamava a sé. Lo vidi lì, appollaiato dall’altra parte del rametto, con una gamba penzoloni, che perlustrava le foglie del salice con il suo solito sguardo indagatore. La luce del sole si faceva spazio tra i filamenti verdi e gli accarezzava il viso pallido, contro il quale avevo infinite volte premuto le mie labbra. I suoi occhi castani, illuminati dal riverbero, sembrano quasi prendere un colore verdaceo, e la sua pelle era di perla. Più sicura che mai, salii sul rametto per raggiungerlo, e, prima di potergli gettare al collo le braccia, udii un rumore secco di legno che si rompe, e pochi secondi dopo la terra mi mancò sotto i piedi. Sentii il fresco dell’acqua trasparente che mi bagnava la fronte. I miei capelli biondi mi incorniciavano il capo come un’aureola. Gli spilloni dorati e le gemme con cui li avevo decorati si staccavano e affondavano lentamente, anticipando la mia sorte. Qualche fiorellino colorato mi danzava attorno, e tra questi riconobbi la violaciocca che avevo inserito a fatica nell’ultima ghirlanda. Mi ricordo che il vestito bianco, con cui mi immaginai di andare all’altare, prese a gonfiarsi, quasi a volermi salvare. E io cantavo canzoni d’amore, mentre la fresca acqua del ruscello mi riempiva la bocca e le narici. Il mio bell’Amleto mi guardava morire dall’albero.

Ora che ci penso, cara N., non ho una risposta certa alla tua domanda. Penso che a mandarmi a morte sia stato l’amore che provavo per Amleto, non più ricambiato, e il fatto di essermici appigliata come se fosse la mia unica fonte di speranza. Forse avevano ragione, Laerte e mio padre (pace all’anima sua), a dirmi di custodire i loro ammonimenti a guardia del mio cuore. La realtà è che ho fatto dell’amore la mia vita, e questo non può che avere conseguenze tragiche. Eppure lui mi aveva fatto tante promesse…

Ne avessi la possibilità, oggi tornerei indietro e mi riprenderei la mia vita. Non ascolterei la sua voce parlarmi tra le fronde, e non salirei così incautamente come ho fatto quel giorno su quel ramo. E questo non vuol dire non osare mai, e rinchiudersi in una gabbia d’oro: che noia che sarebbe la vita, così! Vuol dire non affidarsi ciecamente a ramoscelli troppo leggeri, ma, se proprio ci si vuole salir sopra, fare attenzione ed andare piano. Se solo avessi visto il ramo ben più robusto sopra la mia testa, a cui avrei potuto attaccarmi per non cadere, e non avessi teso invece le braccia verso il mio amato fatto d’aria! In conclusione, non so se si può dire che mi sia tolta la vita da sola: diciamo che la morte mi è venuta a prendere, ma io non ho opposto resistenza, non avendo riconosciuto il pericolo a cui andavo incontro.

Non so precisamente quale sia stata la ragione che ti ha spinto a scrivermi, se pura curiosità o il desiderio di ricevere qualche consiglio, tra le righe. Che tu me l’abbia chiesto o no, cara N., io te lo voglio dare lo stesso qualche ammonimento: ama, perché amare è la cosa più bella che possa mai capitarti, ma non amare per vivere, piuttosto, vivi per amare. E in onore di quella vita che ti è data, che hai e che è solo tua, sii cauta. Proteggi il tuo cuore, e non ci saranno rami tanto leggeri da spezzarsi al tuo passaggio.

Ti abbraccio,

Ofelia

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