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La fortezza e il deserto

La fortuna letteraria di un’opera è spesso veicolata dal fascino del suo titolo. È lecito pensare che se Raffaele La Capria avesse pubblicato come “Leoni di giugno” o “Lo spazio di un mattino” l’opera su cui andava lavorando da molti anni, la storia della nostra letteratura non sarebbe stata impreziosita dal successo del romanzo che Valentino Bompiani suggerì di intitolare “Ferito a morte”. E così, qualche decennio dopo, se Antonio Franchini non gli avesse proposto il titolo “La solitudine dei numeri primi”, forse Paolo Giordano sarebbe passato inosservato col suo “Dentro e fuori dall’acqua”.

Una sorte identica ha precorso la pubblicazione di una pietra miliare della letteratura europea del ‘900, il romanzo di culto dell’esistenzialismo italiano che nel 1940 Leo Longanesi volle chiamare, per i tipi di Rizzoli, “Il deserto dei Tartari”. L’aveva scritto un giovane giornalista del Corriere della Sera, Dino Buzzati, a ridosso della partenza per l’Etiopia, dove avrebbe servito la propria testata come corrispondente. La storia malinconica di Giovanni Drogo, incorniciata dalle grate e dai bastioni della fortezza Bastiani, avrebbe segnato l’immaginario di milioni di lettori, in molte lingue, per molte generazioni.

E proprio “La fortezza”, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto essere il titolo del romanzo, quasi a consacrare l’austera rocca di confine come protagonista muta dell’opera. In quegli anni Buzzati lavorava senza alcuna gratificazione morale ed economica per lo storico quotidiano italiano, trascorrendo le ore di luce e di buio nel silenzio dell’anonimato, fra i propri colleghi, spesso più anziani, abbandonati all’insuccesso e alla frustrazione.

L’autore ha trentatré anni, è in quella fase della vita in cui è già tardi per l’illusione, ma è troppo presto per il disincanto. “Sarò uno fra i tanti?”, si chiede Buzzati nell’angoscia di Drogo, “Passerò senza un senso, senza un valore?”. È il tormento di un uomo a metà strada fra la vita e la letteratura, che non è più – o non è ancora – né un uomo né uno scrittore. E Buzzati ha ben chiaro che l’una e l’altra figura si escludano a vicenda: si vive o si scrive.

Mentre l’autore lavora, nella prigione degli elzeviri e delle rubriche, al suo capolavoro letterario, la figura del giovane Drogo, fiero e coraggioso, prende a muoversi, ferma, nel carcere della sua fortezza. Mentre Buzzati anela l’ispirazione e rincorre la fama letteraria, il suo personaggio attende la gloria della battaglia, scrutando l’orizzonte e studiando l’avanzata dei Tartari. Due uomini divisi da una pagina, che declinano la vita al futuro e perseguono l’attesa, vana, come significato ultimo dell’esistenza.

Non stupisce, perciò, che Longanesi, affascinato dalla scrittura di Buzzati, avesse acconsentito alla pubblicazione del manoscritto purché il suo titolo conoscesse un’autentica rivoluzione copernicana: la vita non ruota attorno alla galera di Drogo, alla fortezza Bastiani e, fuori dalla metafora, attorno al tanfo d’inchiostro di una redazione grigia; la stella fissa è bensì l’oggetto del desiderio, soggetto dunque di ogni predicato umano, che Buzzati individua nei Tartari, nella loro pregnante evanescenza, che è in definitiva l’illusione della letteratura, la fictio dolorosa di chi preferisce l’arte alla vita, cercando nella prima l’unità di misura dell’altra. Perciò questo romanzo che ferma da ottant’anni la fuga del tempo, piegandola all’ordine dell’arte, non poteva che intitolarsi “Il deserto dei Tartari”.

Ma se il significato della vita è la ricerca spasmodica di quello stesso significato, che i Tartari irrompano all’assalto o restino nascosti nelle steppe è, dopotutto, irrilevante. Com’è irrilevante che un artista sia consacrato per la propria letteratura. Buzzati sarebbe rimasto il grande scrittore che è stato, se anche lo avesse incasellato a vita la sua rigida cella redazionale, così come il suo Drogo ha espresso il proprio valore militare senza mai estrarre la spada dal fodero. Perché i Tartari sono un’astrazione, e un’astrazione è la vita.

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